VENEZIA. La metamorfosi ha due tempi: c'è un prima e un dopo. Schematizzando: c'è un bruco e poi una farfalla. In mezzo c'è il «mentre», la crisalide. Questa nona Mostra Internazionale di Architettura di Venezia che apre al pubblico domani (fino al 7 novembre, Giardini e Arsenale), curata da Kurt W. Forster, dal titolo Metamorph, della metamorfosi, anzi delle tante metamorfosi in atto nell'architettura contemporanea, mostra il «mentre», cioè le trasformazioni in atto. E non è un caso che molti dei progetti esposti abbiano proprio l'aspetto di una crisalide, di un involucro trasparente che lascia intuire che forma avrà la farfalla che nascerà. Forster non pensa al futuro dell'architettura come la meta finale della metamorfosi, piuttosto come una tappa di nuove, successive trasformazioni. E il movimento, lo sviluppo continuo delle idee e delle forrne che lo interessano. Coerentemente con il proposito ha realizzato una Mostra che ha un andamento sinfonico, che fa suonare insieme musicisti-architetti e strumenti-progetti secondo una partitura ben congegnata e rigidamente controllata. Divisa in otto tempi-sezioni dai nomi suggestivi (Concert Halls, Episodes, Transformations, Topografhy, Surfaces, Atmosphere, Hyper-Projects, Morphing Lights-Floating Shadows), ma che appaiono, esclusa la rassegna dedicata alle Sale da concerto, come categorie un po' generiche sotto cui far rientrare tutto, la sinfonia diretta da Forster affascina e cattura. Ma, alla fine del percorso allestito nelle splendide Corderie dell'Arsenale dallo studio Asymptote, realizzato con una serie di gigantesche e stilizzate gondole bianche su cui sono adagiati plastici e modellini, la sinfonia sembra non chiudersi e affidarsi a una tonalità sospesa, a interrogativi che riguardano la sorte stessa dell'architettura nuova che dovrebbe nascere. Ma che cosa c'è in questa Mostra? Ci sono oltre 200 progetti di 170 studi internazionali; una quarantina di istallazioni nei padiglioni nazionali; c'è la sezione dedicata alle Città d'acqua, su di una suggestiva piattaforma galleggiante nel bacino dell'Arsenale; c'è il Padiglione Italia con gli «Episodi» di Peter Eisenman (premiato ieri con il prestigioso Leone d'Oro alla carriera) e di Massimo Scolari: il primo è un percorso concettual-architettonico che mima i ritmi spaziali di Palladio, Piranesi, Terragni e di Eisenman; il secondo è una metafora sul destino dell'architettura, condensata in una saetta rossa che si abbatte sul tetto del Padiglione Italia e in una gigantesca Torre di Babele spezzata in tre tronconi che giacciono sul pavimento della sala. Ci sono fotografie, molte, ritratti e istantanee di condizioni urbane e di spazi naturali e «insoliti», come le immagini di Marte, scattate dalla Nasa e a cui è andato uno dei premi; ci sono inoltre video e schermi (premiati con una menzione speciale il fotografo tedesco Armin Linke e l'architetto italiano Piero Zanini per l'installazione Alpi). C'è una rassegna dei migliori progetti di questi ultimi anni sul tema della sala da concerto; tipologia prediletta da Forster, e che, secondo il curatore della Biennale, ha fornito le migliori e più avanzate soluzioni spaziali. Ma il tono della musica, lo sviluppo del tema della Metamorfosi è affidato soprattutto alle sezioni che si snodano nelle Corderie dell'Arsenale. A introdurci in questa sfilata di progetti una sala buia in cui su tre grandi schermi scorre un omaggio a quattro architetti che Forster ha individuato come capostipiti delle odierne tendenze architettoniche: Aldo Rossi e James Stirling che, agli inizi degli anni Ottanta, hanno problematicamente interrogato e ironicamente messo in crisi le certezze del Movimento Moderno; Frank Gehry e Peter Eisenman che, negli stessi anni, hanno aperto ai nuovi sviluppi. Poi è un susseguirsi di fantastiche immagini, disegni, prospettive (tutte rigorosamente elaborate al computer). Dominano le forme curve, sinuose, organiche, gli spazi blobbosi, fluidi, quasi liquidi, condensati in gusci trasparenti; ma s'impongono anche sagome puntute, scaglie acciaiose, detriti vitrei scampati alla decostruzione dell'architettura. Il campionario è vasto e i nomi sono tanti: dalle nuove topografie e tettoniche dì Vicente Guallart, con la montagna artificiale che racchiusi de un centro polifunzionale a Denìa in Spagna, alla Città della Cultura di Santiago de Compostela di Peter Eisenman, sepolta sotto sinuose colline di terra. Dagli arborei e contorti pilastri di Arata Isozaki, nel progetto per la nuova stazione dell'Alta Velocità di Firenze, al liquido guscio molecolare del Centro di Nuoto a Pechino dello studio australiano PTW (vincitore di un'altra menzione speciale). E ancora: dalla contorta facciata del negozio Publicis a Parigi di Michele Saee al fantastico Nishi Shinjuku-Ku di Jean Nouvel a Tokio, un rnonolite che al suo interno rivela, come un geode, uno spazio sfaccettato in forme e stili differenti. È davvero un'architettura in radicale trasformazione quella che si vede qui a Venezia. Una trasformazione resa possibile da nuovi materiali e tecniche: di costruzione e di rappresentazione. I punti di riferimento, le fonti di ispirazione non sono più quelli tradizionali e il lessico di forme e di segni «classici» è stato buttato alle ortiche. Tutto è possibile e a tutto ci si può ispirare. Ancora Peter Eisenman, per il suo progetto della stazione dell'Alta Velocità di Afragola-Napoli, modula le striate coperture delle pensiline sul velo del Cristo velato della Cappella di San Severo; mentre lo studio Coop Himmelb(l)au per il Musée des Confluences di Lione fa posare sul terreno una sorta di megavascello spaziale. Altri incastrano gusci, scheletri, carapaci in creature architettoniche che assomigliano ai «transformer», i robot dei cartoni animati giapponesi; altri ancora meditano sulle azioni di tutti i giorni delle persone, come negli spazi un po' ludici e un po' ecologici progettati da Cibic Partners, magari inventando nuovi tipi per la catena degli Autogrill. Avevamo accennato ad alcuni interrogativi che questa trasformazione dell'architettura (o architettura della trasformazione?) pone e che sembra, per il momento, lasciare aperti. A cominciare dal «senso» di queste architetture, dalla loro splendida e, in qualche caso, un po' arrogante autosufficienza; dalla loro indifferenza al contesto, nonostante le mimesi organicistiche; dall'estraneità alla «casa dell'uomo», all'abitare quotidiano. Usiamo ancora la metafora della metamorfosi, motivo conduttore, di questa Mostra veneziana. Per esprimere un dubbio: che, quando la mutazione sarà compiuta, l'architettura nuova che aspettavamo non si riveli, invece, essere quella stupenda e un po' inquietante crisalide che la doveva contenere. Che, insomma, a terra rimanga quel guscio traslucido e un po' rinsecchito, e che a spiccare il volo sia qualcos'altro di cui, oggi, non è dato sapere.