E' un grande vecchio della critica d'arte, un protagonista della cultura italiana ed internazionale, un novantenne dal pensiero lucido e vitale. Gillo Dorfles lo incontriamo alla Biennale Architettura mentre sta riordinando gli appunti del suo articolo che sta per dettare al Corriere della Sera. Professor Dorfles, come giudica questa edizione della Mostra Internazionale Internazionale di Architettura? «In confronto alle precedenti due ultime edizioni questa, curata da Kurt Forster, mi sembra più ordinata, più equilibrata e più coerente rispetto al tema scelto, quello della "Metamorfosi". Ci sono molti progetti interessanti, scelti con rigore e non solo per la loro eccezionalità architettonica. Ne viene fuori un nuovo quadro dell'architettura. E qual è questa nuova immagine dell'architettura? «È un'architettura in cui sono cambiate globalmente le forme. Non ci troviamo più di fronte alle geometriche scatole trasparenti, agli edifici sospesi sui pilotis, alle pareti rettilinee e continue che costituivano il tradizionale lessico del razionalismo. Spiccano le forme curve, a serpentina, gli spazi irregolari e avvolgenti: c'è insomma una maggiore fantasiosità". Non le sembra, però, che ci sia, anche in questo caso una certa omologazione delle forme, una sorta di nuovo «international style» dettato dal computer, strumento principe nella progettazione contemporanea? «Credo che molte forme e molte sagome di questi progett non avrebbero mai potuto essere disegnate senza il computer. I però questa architettura, almeno negli esempi migliori, è pur sempre frutto di una creazione manuale. Frank Gehry per progettare la Disney Concert Hall di Los Angeles si è costruito con le proprie mani un modellino con scatolette di cartone e carta stagnola; soltanto dopo ha elaborato il progetto con l'aiuto del computer». Nelle centinaia di progetti e di realizzazioni qui esposte ci sono edifici per lo spettacolo, musei, centri commerciali, grandi spazi pubblici. Mancano quasi del tutto progetti e idee per le case, le residenze, per quell'architettura sociale che è stata al centro dell'interesse degli architetti e degli urbanisti del Movimento Moderno. Non è un limite, questo? «Sì, questo è il vero punto dolente dell'architettura contemporanea. Si costruiscono dei nuovi falansteri di lusso, musei, università, sale da concerto, ma l'edilizia comune viene trascurata, anzi, neanche presa in considerazione. È una prova dell'asocialità di molta architettura odierna». Come mai così pochi progetti italiani in questa Mostra? «L'architettura italiana, qui alla Biennale, fa una pessima figura semplicemente perché non c'è. Dopo il fervore degli anni Sessanta in Italia di veramente nuovo non si è fatto più niente, soprattutto non si è fatto nulla per il cattivo stato di salute delle nostre città e delle periferie. Barcellona si è rinnovata totalmente, mentre il centro storico di Napoli è rimasto cadente e degradato come era. Forse soltanto Genova con il rinnovamento della zona del Porto Vecchio ha prodotto qualcosa di nuovo e di interessante. E di utile per la città e i suoi cittadini». Il rapporto tra arte e architettura è stata un'altra caratteristica del Movimento Moderno. Che tipo di rapporto c'è oggi? «Non c'è nessun rapporto. Oggi l'architettura è molto più vitale e avanti dell'arte che vedo ferma, bloccata in una crisi spaventosa. Emergono poche figure interessanti: Maurizio Cattelan, Vanessa Beecrof e pochi altri. Per il resto ci sono le solite istallazioni vacue e ripetitive».