Molti autori di genere mettono la città al centro del loro lavoro, ma io ho iniziato a scrivere proprio per raccontarla Quello che mi dispiace è che si cerchi di metterle una divisa per renderla uguale alle altre metropoli europee Il quadrilatero, o come diavolo si chiama, della moda. Non capisco tutto questo entusiasmo solo per delle vetrine La zona di corso Monforte e via del Conservatorio, con i palazzi e i cortili: una galleria a cielo aperto È un po giovane per gli amarcord. Eppure Elisabetta Bucciarelli, professione giallista (con il suo penultimo libro, Io ti perdono, è arrivata finalista in cinque premi letterari), prova un certo gusto per il passato: quando gioca a domino con il figlio - al posto della playstation - o parla di Milano, la sua città, rimpiangendo i tempi che furono. «Sì, ma non è nostalgia: è constatare che tutte le energie urbanistiche stanno andando in una sola direzione». Se si riferisce ai lavori per lExpo, cosa proporrebbe alla Moratti in vista del 2015? «Guardare ai punti di accesso, un importante biglietto da visita per chi arriverà, anche con interventi naturalistici. Mi è spiaciuto moltissimo che sia fallito il progetto degli alberi di Renzo Piano». Anche nellultimo romanzo, Ti voglio credere (Kowalski), Milano entra da protagonista fin dalla prima pagina: è prerogativa dei giallisti calare le loro storie in un contesto metropolitano? «Conosco tanti giallisti che usano le città come personaggi. Io però ho cominciato a scrivere proprio per raccontarla, Milano. Happy Hour, il mio primo libro, non apparteneva affatto al genere poliziesco, ma nasceva dalla volontà di raccontare una città invasa dal rito degli aperitivi». Cosha contro gli aperitivi? «Niente. Tra laltro non è mica uninvenzione degli ultimi anni o della Milano da bere, anche mio nonno andava allo Zucca tutte le domeniche. Dico che allora avevano un significato, erano linizio di un percorso. Oggi sembra segnino linizio della fine. Poi ce lho soprattutto perché in via Gustavo Modena cera una cartoleria che adoravo: profumata di matite, gomme, quaderni. Ci andavo sempre, fino a che un giorno, nel 99, sorpresa: al suo posto era spuntato un locale con insegna al neon. Si chiamava proprio così, Happy Hour». Cè da sperare che non sia lunica sua percezione di Milano. «Certo che no, io Milano la amo, ci sono nata in un periodo, la fine degli anni 60, in cui sembrava che tutto fosse possibile». Nei suoi romanzi ha cercato di abbellirla o è stata imparziale? «Penso davvero sia bella, dal punto di vista architettonico e umano. E non parlo solo della Milano del centro, dei cortili nascosti nei palazzi Io sono cresciuta guardando la tangenziale est e adesso vivo a Lambrate. Quello che mi dispiace è che ora tenti di omologarla, renderla simile ad altre metropoli straniere, con la stessa divisa Va bene volere il grattacielo più alto di tutti, ma bisognerebbe sapere anche cosa e chi cè intorno, facendo più attenzione al decoro urbano e alla personalità». Primo impatto percettivo della giornata: cosa vede dalla sua camera da letto? «Vivo nella vecchia fabbrica della Faema, trasformata con un gruppo di persone (e già soprannominato "fabbrica della cultura" grazie al network di architetti e artisti che ci lavora, ndr): quindi da un lato vedo il parco protetto di Villa Folli, dallaltro lex fabbrica dellInnocenti, industrie che hanno reso grande la città». E la prima cosa percepisce una volta in strada? «Le telecamere di sorveglianza: qui dove ora ci sono loft e gallerie darte, un tempo cerano fabbriche e ville. Poi alle mie spalle la zona storica di via Conte Rosso, piazza Rimembranze, di fronte la scuola araba dove tutte le mattine sento le preghiere dei ragazzini. È un quartiere multirazziale». Livello di integrazione? «Basso tra gli adulti, altissimo tra i bambini Un buon segno per il futuro». Un luogo di Milano sopravvalutato? «Il trilatero, sì, come si chiama, il quadrilatero della moda. Non capisco questa convergenza sulla vetrina». E uno sottovalutato? «Corso Monforte, la zona del Conservatorio con i loro cortili.: sono vere gallerie darte a entrata libera». Cosa le manca della città quando è in vacanza? «Le librerie, la possibilità di scegliere un cinema, un teatro. Le mostre no, a Milano manca un museo darte contemporanea come si deve». Lei è stata definita «la scrittrice dei dubbi»: che dubbi le fa venire Milano? «La sua ambivalenza: il fatto che mi fa sentire a casa, ma che al tempo stesso non mi somiglia affatto... ».
MILANO - "Milano è bella però si dimentica di essere se stessa"
L'autrice, Elisabetta Bucciarelli, parla della sua città natale, Milano, e della sua ambivalenza nei confronti di essa. Lei ama la città, ma si sente a disagio per il fatto che si sta trasformando in una metropoli europea, con una "divisa" di moda e di lusso. Bucciarelli è una giallista e ha scritto due libri, "Happy Hour" e "Ti voglio credere", entrambi ambientati a Milano. Lei cerca di abbellire la città nei suoi romanzi, ma non è una nostalgia, bensì una constatazione che le energie urbanistiche stanno andando in una sola direzione. L'autrice è preoccupata per il futuro di Milano, che sta perdendo la sua personalità e la sua identità.
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