Test (e sospetti) per gli 007 di Bondi I reperti custoditi in un ex caserma si sono colorati. Ieri l'ispezione dei ministero Si infittisce il mistero delle selci blu. Neppure le analisi riescono a dissipare i dubbi e a mettere fine ad accuse e mezze verità che da mesi dividono scienziati e Comune di Verona. Il caso è quello dei reperti archeologici del Museo di scienze naturali, trasferiti nel 2008 in un ex arsenale militare della città scaligera. In quei magazzini, a febbraio, è stata fatta una scoperta che ha lasciato tutti interdetti: centinaia di antichissime selci si sono tinte di blu cobalto. Cosa abbia provocato la mutazione è un enigma che nelle ultime settimane ha portato a un acceso scontro tra esperti e amministrazione comunale. Quaranta scienziati hanno scritto al ministro per i Beni culturali Sandro Bondi, chiedendogli di intervenire. «I materiali archeologici e il loro valore scientifico - si legge nel documento inviato al ministero - hanno subito un danno irreparabile. Il magazzino in cui sono tuttora rinchiusi, è risultato essere inquinato da gas derivanti da idrocarburi dispersi nell'ambiente, e i materiali archeologici si sono impregnati di sostanze maleodoranti che hanno portato al viraggio cromatico dei manufatti». Un pugno nello stomaco per il Comune di Verona, che di fatto ha la responsabilità della tutela dei reperti e che quindi si è ritrovato sul banco degli imputati con l'accusa di aver trasferito i propri beni archeologici in «una camera a gas», come l'ha definita Lorenzo Rook, professore dell'Università di Firenze. Per capirci qualcosa, lunedì sono arrivati gli ispettori del ministero, che hanno effettuato un sopralluogo nell'Arsenale. «Mi sembra un buon magazzino», ha detto Elena Calandra, dirigente del segretariato generale del ministero. Ma a segnare l'ultimo punto, ieri, è stata proprio l'amministrazione. Merito del Servizio di sicurezza negli ambienti di lavoro (Spisal) che fa capo all'Usl 20, che ha comunicato i risultati dei rilevamenti effettuati nei locali dell'ex Arsenale. «Le sostanze organiche volatili rinvenute sono presenti in parti per miliardo, mentre i valori limite di esposizione dei lavoratori sono espressi in parti per milione, quindi un ordine mille volte superiore, In pratica, ci sono tracce di idrocarburi nell'aria, ma in percentuali lontanissime dai limiti previsti dalla legge. «Le analisi - dice trionfante il sindaco Flavio Tosi - dimostrano che nell'Arsenale non ci sono sostanze tossiche o nocive, e quindi non è colpa degli idrocarburi. E evidente che il luogo era idoneo alla conservazione dei reperti e che quindi abbiamo agito correttamente». A smorzare l'entusiasmo, ci pensa per Gilberto Artioli, l'esperto dell'Università di Padova incaricato dalla soprintendenza di effettuare le analisi sulle selci i test non sono ancora conclusi, ma tiene a precisare: «Gli idrocarburi sono presenti ovunque sugli oggetti, su tutti gli oggetti. E questo è compatibile con le percentuali, anche minime, rilevate nell'ambiente». Resta quindi il giallo su cosa abbia provocato la mutazione cromatica. E come ogni mistero che si rispetti, spunta un nuovo elemento sospetto. «Abbiamo trovato tracce di una molecola sconosciuta, che sarebbe la responsabile della colorazione delle selci. Per servono altre analisi», annuncia. Ma se davvero, come suggerisce il Comune, si dovesse archiviare l'ipotesi dell'inquinamento ambientale riprenderebbe quota anche la pista del sabotaggio. «Non escludo nulla», dice l'assessore alla Cultura Mimma Perbellini. «Non credo che qualcuno abbia volutamente provocato il mutamento di colore - ribatte Tosi - ma è più probabile che sia stato commesso un errore nel maneggiare i reperti". Tutto chiaro. Almeno fino al prossimo colpo di scena.