Manifestazione di Wwf, Italia nostra e Comitato abruzzese per il paesaggio «Una vergogna. C'era tutto il tempo per mettere il vincolo» Si tratti di un abbattimento legittimo o di «una svista collettiva», come l'ha definita l'assessore Marcello Antonelli, per le associazioni c'è un solo modo per definire quello che è accaduto all'ex centrale del latte di via del Circuito: «una vergogna». Wwf, Italia Nostra e il Comitato abruzzese per il paesaggio avevano indetto per ieri mattina una conferenza stampa per tentare un'ultima tutela all'edificio progettato dall'architetto Florestano Di Fausto, ma sono stati battuti sul tempo: alle 18 di lunedì, con eccezionale tempismo, l'intervento di demolizione è irreversibilmente iniziato. «Quello che resta, negli uffici della dirigenza - così Camilla Crisante, presidente regionale del Wwf -, è la vaga idea di riutilizzare i mattoncini rossi». Tutto qui. Tra polvere e calcinacci è finita una pagina di storia della città, ma anche un'opera che porta la firma di un professionista noto e stimato anche fuori dell'Italia. «Si era a conoscenza di questo progetto da almeno due anni - ha dichiarato Maurizio Acerbo, intervenuto ieri mattina all'appuntamento di fronte alla ex centrale e primo a sollevare la questione -. Si sarebbe avuto tutto il tempo di applicare provvedimenti di emergenza per tutelare l'edificio, sia da parte della stessa dirigenza all'edilizia sia da parte della Soprintendenza: non è stata assolutamente una "svista", come invece dichiarato». «E' assurdo che debbano essere i volontari delle associazioni a fare osservazioni per aspetti di cui si dovrebbero occupare persone che sono pagate per farlo». Luciano Menoni, nipote di Pietro che fondò l'omonimo negozio di enogastronomia, ha ricordato come suo nonno si trasferì da Rovigo a Pescara negli Anni '20 proprio per lavorare alla centrale del latte, nell'edificio preesistente: «Quando ho letto che sarebbe stato abbattuto ho avuto un colpo al cuore. Come hanno potuto?». Contro la demolizione si sono espressi Acerbo (Rifondazione), Marchegiani (Pd), Di Biase (Udc), CasaPound, Carlo Sciarra (Idv). Silenzio dal sindaco e dall'assessore alla cultura, troppo presi dal Festival dannunziano, zitti zitti i deputati abruzzesi, in clima feriale. Tace pure l'Ordine degli architetti, forse perché il vicepresidente è il progettista dell'intervento. Il miracolo dell'ultim'ora non è arrivato e secondo la legge tutto è in regola per cancellare l'edificio disegnato da Di Fausto. Le ruspe hanno rombato a pieni giri, resta solo la facciata L'architetto inviato dalla Sovrintendenza «cacciato in malo modo» dal cantiere Sgomberiamo il terreno (l'immagine non è casuale) da un elemento: è tutto legittimo, carta bollata canta, il diritto lo consente. Ricordiamo però che i romani, padri del diritto, avevano anche sottolineato che summum ius summa iniuria, per cui ogni diritto "asettico" si trasforma in offesa alla collettività. Ecco, con l'ex centrale del latte siamo proprio in questa fattispecie. Tanto che l'architetto incaricato dalla Sovrintendenza di visionare cosa stesse accadendo in via del Circuito, parole sue è stato «cacciato in malo modo» dopo due tentativi di avere accesso e quando ha chiesto di parlare con un responsabile dei lavori di demolizione; tanto che lo stesso si è recato prima dai carabinieri, poi è stato dirottato alla Polizia, quindi ai vigili urbani i quali gli hanno detto che «compatibilmente con gli impegni avrebbero mandato una pattuglia». La pattuglia è andata in via del Circuito quando le ruspe andavano già a pieno regime e naturalmente il cantiere non s'era affatto fermato nelle frenetiche ore in cui si è tentato il tutto e per tutto pur di scongiurare l'ineluttabile. Dell'ex centrale del latte disegnata dall'ingegnere e architetto Florestano Di Fausto negli Anni '30, rimane solo la facciata. Un colpo al cuore alla città, che dovrà rassegnarsi a una vergogna. «La Sovrintendenza non può avere alcuna responsabilità su quanto accaduto - così l'architetto Luca Maggi - perché ci sono diritti acquisiti e la segnalazione per la tutela dell'edificio è arrivata in tempi troppo stretti, a giugno. Purtroppo si deve dire anche che, se la demolizione non fosse stata rallentata dalla necessità di smaltire l'amianto del tetto, l'ex centrale non esisterebbe più da settimane, cioè da prima dell'allarme di Italia Nostra. Due settimane fa la Sovrintendenza ha messo un punto fermo sull'ex Gil di Montesilvano, ma in questo caso la Provincia ha agito con sensibilità e i tempi erano congrui». Un'altra cambiale è stata dunque portata all'incasso dal "partito del mattone" che fa e disfa secondo quanto il diritto consente e l'uomo agevola. Un "ombrello" che da dopo la guerra tiene sotto controllo la città, che ne ha segnato lo sviluppo ma anche lo scempio architettonico, che ci ha messo di suo nelle varie campagne elettorali a seconda di dove tirava il vento. L'ex centrale del latte (e quello che rappresenta) è stata "dimenticata" da politici e da tecnici. I primi in tutt'altre faccende affaccendati, gli altri forse distratti (ma viene da chiedersi in quale università si siano laureati professionisti ben pagati e progettisti con tanto di firma che non conoscono l'opera di Di Fausto): inetti (ma allora come e perché sono stati assunti?) o complici omissivi. I politici sono eletti, e qui la riflessione diventerebbe troppo complessa. Sarebbe comunque interessante sapere, a esempio, quanto la proprietà chiese e ottenne per l'affitto dello stabile allo staff di Luciano D'Alfonso durante l'ultima campagna elettorale. Qualcuno darà una risposta, oppure proseguirà l'imbarazzante silenzio bipartisan politico-istituzionale rotto solo da voci isolate? Tra qualche anno nessuno si ricorderà dell'ex centrale del latte di Di Fausto, e destino non voglia che l'ex Aurum di Michelucci diventi un elegante centro commerciale, magari con i parcheggi distribuiti nella pineta dannunziana. La vicenda del teatro Pomponi, fatto demolire in fretta e furia nel 1963 con la scusa che fosse pericolante (e non lo era: ma doveva sparire per costruire un mega albergo per una mega speculazione mai andata in porto) non ha insegnato nulla. I barbari non sono alle porte: sono già dentro le mura.