Parla il direttore dell'Ermitage di San Pietroburgo, Mikhail Piotrovsky - «I manager non possono agire da soli ma le grandi istituzioni devono anche confrontarsi con il mercato» - «A volte si fanno scelte antieconomiche» SAN PIETROBURGO «È quasi una tradizione. Molti direttori dell'Ermitage erano archeologi. Lo era mio padre, che ha trascorso gran parte della sua vita in queste sale affacciate sulla Neva, e tanti altri prima di lui. Gli archeologi sono gente pratica, sanno come raccogliere risorse, come ottimizzarne l'uso, e sono bravi nell'organizzare il lavoro di un gruppo; insomma sono un po' manager». Archeologo è anche Mikhail Piotrovsky, da tredici anni alla guida del prestigioso museo di San Pietroburgo, che così sintetizza le qualità necessarie oggi a chi ha il compito di condurre un'istituzione culturale nello slalom tra fondi pubblici sempre meno generosi e "mecenati" troppo attenti ai loro ritorni, non solo d'immagine. In Italia la scelta del Governo di ampliare il ruolo dei privati nella gestione dei beni culturali ha scatenato un putiferio. Chi ha ragione? E sempre molto pericoloso affidare la guida di un museo a un manager. Perché farebbe qualsiasi cosa per recuperare soldi. I musei sono istituzioni culturali che devono difendere la loro natura e per questo sono tenuti a compiere anche molte scelte apparentemente antieconomiche. Appartengono alla società civile ed è un obbligo dello Stato trovare le. risorse, per sostenerli. Questo non significa che non debbano "sporcarsi le mani": solo che non possono diventare delle macchine per far soldi, non deve essere quello il loro obiettivo prioritario. Come trovare il giusto equilibrio? Devono essere definiti confini molto precisi oltre i quali il privato non va. Se metti tutto in mano ai manager rischi di fare scelte strate-giche sbagliate. Le scelte devono essere attinenti alla natura primaria del patrimonio culturale. Ma serve soprattutto buon senso. Bisogna avere i negozi nei musei, senza trasformare i musei in grandi negozi. Comunque non credo che l'Italia corra veri pericoli: la grande tradizione impedirà di fare grossi errori:. Il suo museo è molto efficace nella politica di fund rasing,... Quando sono diventato direttore dell'Ermitage avevamo un bilancio annuale di un milione di dollari, ora siamo a 20 milioni. Metà dallo Stato, il resto viene generato da noi. Con quali mezzi? Abbiamo tre filoni di intervento. Un terzo di questi fondi propri deriva da licenze, merchandising e biglietteria; un altro terzo dai diritti sulle mostre che facciamo all'estero, il resto arriva con le donazioni private. Abbiamo società di «Amici dell'Ermitage» in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all'Olanda e al Canada; recentemente è stata fondata un'associazione anche in Italia. Ci sono naturalmente anche forti sponsor privati, perlopiù americani, ma oggi possiamo contare anche sull'appoggio di mecenati russi, primo fra tutti Vladimir Potanim il magnate del petrolio. Molti ci aiutano a ristrutturare intere ali del palazzo. Poche settimane fa sono stato contattato da Banca Intesa e da Confindustria, e stato qui Rosario Alessandrello; sarebbero interessati a intervenire sulle sale italiane. Come spendete questi soldi? Restauriamo il museo che è enorme, più di 4mila sale, e finanziarne nuovi progetti. Stiamo lavorando al "Grande Ermitage". apriremo un'entrata sulla vasta piazza del Palazzo d'Inverno e, soprattutto, inaugureremo il deposito, un edificio a sei piani dotato delle tecnologie più moderne che potrà essere visitato dal pubblico, dove troveranno spazio mobili, quadri e carrozze. Spendiamo un milione di dollari l'anno solo per rifare le facciate: il 2002 è stato più oneroso perché dovevamo prepararci alle celebrazioni per i trecento anni dalla fondazione della città. Quanti visitatori avete? Due milioni e mezzo di visitatori l'anno, più un milione di persone che va alle nostre mostre all'estero. Abbiamo due sedi permanenti fuori dalla Russia, a Londra e a Las Vegas, un progetto insieme al Guggenheim. Non si stupisca della sede, siamo socialisti..: portiamo cultura alle masse! Altri progetti all'estero? Organizziamo alcune mostre al Gugge.nheim Rilbao, dove abbiamo mandato i Renoir, e ci sono iniziative anche in Brasile e in Cina. In Italia abbiamo un forte legame con Leonardo International, la società fondata da Leonardo Mondadori. Aveva portato alle Scuderie del Qurinale i nostri impressionisti e avevamo iniziato a lavorare ad un progetto sul Nuovo Testamento. La sua scomparsa è stata una grave perdita. Quante persone lavorano qui? Abbiamo circa 2mila dipendenti. E tutto il lavoro di restauro viene effettuato all'interno. L'Ermitage possiede tre milioni di pezzi di cui solo il 5 esposto al pubblico. Ma non ci si deve stupire. Intanto, un milione di pezzi è rappresentato solo da monete e medaglie e sono moltissimi i reperti archeologici. I quadri sono circa ventimila. Quando sarà completato il progetto del grande Ermitage riusciremo ad esporre il 20 delle collezioni. Quel che è importante, tuttavia, non è tanto l'esposizione al pubblico quanto l'accessibilità, rendere disponibili i pezzi agli studiosi e noi questa la garantiamo. Cosa rappresenta l'Ermitage per la cultura russa? È un pezzo di storia del Paese. È stato aperto al pubblico da Nicola I alla metà dell'800 e da allora è parte integrante della città. Anche durante gli anni bui successivi alla rivoluzione, quando molte collezioni vennero spostate dall'Ermitage e, spesso, sven dute a collezionisti stranieri. Dopo la Perestroyka, lenta mente, il museo ha ripreso vitalità, ab biamo cominciato a ricomprare i nostri tesori dispersi all'estero il primo grande acquisto fu compiuto grazie a un finanziamento di 5 milioni di dollari concesso da Eltsin l'anno scorso abbiamo speso un milione di dollari per acquisire un Malevic. Anche il presidente Putin è particolarmente legato all'Ermitage... Sì, certo. È di San Pietroburgo. E spesso organizza qui i suoi incontri al vertice: è venuto anche Bush, si capiva che non doveva aver visto molti quadri in vita sua ma è parso estremamente interessato.