L'accoglienza è stupefacente come si conviene al genio ridondante di Dalì. Sovrasta il salone d'ingresso di Palazzo Grassi una gigantesca struttura - le cui metamorfosi sono sottolineate da bianchi velari - che riproduce il celebre quadro Sogno causato dal volo di un ape intorno a una melograna, un attimo prima del risveglio dove appunto la melograna si trasforma in tigri ruggenti. E' una delle scenografie dell'antologica che l'istituzione culturale della Fìat (ancora per poco) a Venezia ha voluto dedicare al grande pittore catalano nell'anno del centenario. Anzi, è la più grande mostra tra quelle programmate per la ricorrenza tanto che Palazzo Grassi l'ha organizzata in collaborazione con la Commissione spagnola por l'anno daliniano che ha scelto la "vetrina veneziana" per dare dimensione europea all'evento. La presenza spagnola si evidenzia non solo nel numero delle opere prestate dalla Fondazione Gala Salvador Dalì e da altri musei iberici ma anche dalla scelta della curatrice aggiunta Montse Aguer Teixidor e dell'allestitore, l'architetto-artista Oscar Tusquets Blanca, che fu amico personale e stretto collaboratore di Dalì. Con lui ideò, ad esempio, il celebre divano Mac West che riproduce la forma delle labbra della diva e che a Palazzo Grassi ritorna in tutte le aree di sosta e nelle sale di visione dei filmati. Per il resto, l'architetto spagnolo ha scelto sfondi dai colori tenui e polverosi (grigi, azzurrini, verdini) per non interferire con la vivace coloristica delle opere di Dalì. Solo la sala dedicata alla guerra civile è immersa nel rosso sangue. Quanto alla curatrice dell'antologica, la studiosa inglese Dawn Ades, ha scelto per le trecento opere in mostra provenienti da ogni parte del mondo un percorso espositivo che pur "giocando" con i molti terni daliniani preferisce la completezza dell'illustrazione evitando l'abbagliante spettacolarità nella quale sarebbe stato facile cadere. Se molte sezioni che invitano al ludico e alla sorpresa pur ci sono all'interno dell'esposizione, queste hanno sempre un intento esplicativo della poetica daliniana. Un esempio è proprio il percorso che finisce con l'inizio cronologico, cioè con le opere giovanili del pittore. Come non pensare agli "orologi molli", al motivo del tempo così caro a Dalì? Dopo un'introduzione sulla vita di Dalì, la mostra di Palazzo Grassi si apre proprio con la sala in cui campeggia (nonostante le ridotte dimensioni). La disintegrazione della persistenza della memoria con i suoi orologi e tutta la sezione «Disintegrazione della materia» affronta subito uno dei temi più cari all'artista catalano, ripreso dalla citazione rinascimentale della «Testa raffaellesca esplosa»; e moltiplicato anche nelle diverse immagini scomposti; della moglie-musa Gala in veste di Leda Atomica o di Madonna di Port Ligat. Il gioco continua con le «immagini doppie» dove i quadri di Dalì citano Escher (Il teschio di Zurbaran). e la scultura classica con le Veneri di Milo che formano l'immagine del Torero allucinogeno. Il gioco delle citazioni prosegue nelle sale successive con i bozzetti per scene tra cui quello di Labirynth che richiama l'Isola dei morti di Bocklin ma è soprattutto il grandissimo quadro La stazione di Perpignan che dà l'idea dell'inizio dell'arte di Dalì. Accanto, altre opere esemplari che si ispirano al pointillisme e al cubismo. Ha un forte riferimento familiare, invece, il Ritratto di mio fratello morto, basti dire che il bimbo aveva lo stesso nome di Dalì pittore e anche del genitore notaio, morì piccolissimo e Dalì padre se ne fece una colpa per la vita libertina che aveva condotto, con conseguenti fobie. L'eredità passò al Dalì futuro pittore, insieme alla paura-attrazione per la sessualità che ha poi contraddistinto tutta la sua vita. Il percorso espositivo proseguo nella sala delle «Architetture del sogno» con un fuoco d'artificio di opere come la grande Tentazione di S. Antonio proveniente da Bruxelles con accanto il quadro del Sogno provocato dal volo di un'ape e poi ancora l'Autoritratto molle con pancetta fritta. Il cuore della mostra è ne1la «Sala della guerra» con il grande dipinto Costruzione molle con fagioli bolliti. Presagio di guerra civile in cui deflagrano arti e carni «che si straziano una con l'altra in un delirio di autostrangolamento», come spiegò lo stesso Dalì che dipinse una Spagna in decomposizione, dilaniata fino a distruggersi, un anno prima della picassiana Guernica e con la quale il confronto è inevitabile. La grande tensione si spezza nella sala delle «Illusioni ottiche» in cui un gioco di specchi moltiplica all'infinito le prospettive daliniane della doppia versione di Dalì di spalle dipinge Gala di spalle... che a sua volta cita il Velasquez di Las Meninas e si conclude con la proiezione di un film-documentario d'epoca in cui Dalì, l'anticipatore della pop art, è protagonista in veste di anticipatore della videoarte. Lo sale del secondo piano di Palazzo Grassi accolgono il visitatore con i ritratti di Freud. Dalì ammirava il padre della psicanalisi al punto da dichiarare che L'interpreta-zione dei sogni aveva ispirato tutta la sua opera ma quando, dopo molti tentativi, l'artista riuscì ad incontrarlo l'unico commento che strappò a Freud fu: «Che fanatico!». Una novità per gli allestimenti di Palazzo Grassi è l'introduzione in alcune sale di video che mostrano spezzoni di rari filmati con protagonista Dalì che, insieme alla sala della "videoarte" e a quella in cui si proiettano i film di Dalì-Bunuel, costutuiscono una sorta di altro percorso visivo nel percorso. Tra le sale del secondo piano fondamentale è quella dedicata al «metodo paranoico critico» di Dalì che permette di vedere altre immagini dietro la raffigurazione principale come un Enigma, senza fine, nel Mercato degli schiavi con il busto di Voltaire che scompare, nella Metamorfosi di Narciso e nelle Impressioni d'Africa. E' il gioco della scoperta di rocce che diventano figure antropomorfe e zoomorfe, di gruppi di figure che ne compongono altre. Il tema di Bocklin torna invece nella sala «Amore e morte» che presenta anche l'opera La nascita dei desideri liquidi custodita dall'altra parte del Canal Grande, alla Fondazione Guggenheim. Mentre un curioso approccio al tema del surrealismo viene dalle illustrazioni di Dalì per il poema I canti di Maldoror del conte di Lautréamont alias Isidore Ducasse: ricordate l'Enigma di Isidore Ducasse di Man Ray? E a proposito di object trouvé, una sala dell'antologica daliniana è riservata agli oggetti-scultura: dal Telefono aragosta alla Venere a cassetti fino al divano Mae West. Le ultime sale sono dedicate a «La conquista dell'irrazionale» con diverse opere che provengono da musei statunitensi mentre da Monaco arriva l'Enigma del desiderio con tanto di risposta scritta: «Ma mere». E a proposito di sesso, non solo il dipinto Il grande masturbatore è da citare ma anche la ben più esplicita serie di chine dai temi fortemente erotici. Con la sala dei «Desideri insoddisfatti» inizia la parte finale, cronologicamente a rebours, dell'antologica di Palazzo Grassi che presenta le opere giovanili tra cui spiccano il tema dell'amicizia tra Dalì e il poeta Garcia Lorca, quello delle bagnanti, le interpretazioni cubiste, le citazioni cézanniane e le marine e i paesaggi di sapore impressionista dei luoghi della sua giovinezza (Cadaques, Port Lligat) e i ritratti tra cui quelli del padre, della madre e - straordinariamente penetrante - di Luis Bunuel.