Venezia. Un esibizionista paranoico? Un megalomane vanitoso? Un geniale simulatore? Questo e tante altre definizioni potrebbero perfettamente adattarsi alla personalità di Salvador Dalì. Lui stesso, in verità, ha fatto di tutto per rendere plausibile il suo mondo assurdo: quando, ad esempio, ha scritto che per dipingere meglio egli utilizzava delle scarpe strette. «Le contrazioni dolorose che esse esercitano sui miei piedi accentuano infatti al massimo le mie qualità creatrici». Questa grandiosa mostra a Palazzo Grassi - la mostra ufficiale del centenario della nascita - vorrebbe riportare tutte le esagerazioni ed esasperazioni del "genio catalano" ne! campo della pittura. I quadri più importanti sono quasi tutti qui, con la benedizione dei Reali di Spagna. Che Dalì sia un grande pittore, anzi un mago della tecnica pittorica, è evidente. Ma si capisce anche che è impossibile che egli sfugga al suo cliché. La frontiera tra ragione mentale e follia creatrice non si può più annullare. Lungo le splendide sale di palazzo Grassi Dalì ci appare come sempre ha voluto essere: un anarchico individualista. È il creatore degli orologi molli, del telefono-aragosta, della Venere coi cassetti. Lui, sempre lui, anche allorché dalla pittura si trasferisce, con l'amico Bunuel, al cinema; e vediamo (in "Un chien andalou") la mano di un bellissimo giovanotto che inseguendo la sua donna si trasforma in un arto brulicante di formiche. Una metamorfosi onirica del mondo: come quando, parafrasando Sant'Agostino, si leva alta e roca la voce del pittore: "Cristo è come un formaggio, anzi è una montagna di formaggio". Naturalmente formaggio con i buchi. Eccola qua, la componente narcisistica: una sorta di revoca del reale: in cui gli occhi magnetici del genio, scavalcando i baffi arrotati all'insù, si fissano ossessivamente sulle unghie artificiali delle mani, fatte di piccoli specchi, quasi manichini trasparenti. È il delirio di interpretazione di se stesso, la simulazione di una psicosi che preme il pedale sul nesso inestricabile di seduzione e orrore. Il perché è chiaro: Narciso stravolge la bellezza originaria, la copre di muffa e di alghe fino a creare quel senso di disagio e di malessere che i quadri - i migliori almeno - suscitano continuamente in noi. L'Eros non riesce mai a liberarsi: anzi, diventa il nodo inestricabile che porta all'umor nero, al giuoco della "putrefazione" ("Putrefatti" doveva essere il titolo di un libro che Dalì con Lorca aveva annunciato nei primi anni Trenta). L'artista diventa la maschera di se stesso: con quel ghigno funereo che la contraddistingue. Percorrendo con lo sguardo le quasi 300 opere esposte ci si rende conto che, stilisticamente, la loro caratteristica è soprattutto la morbidezza, o meglio la malleabilità: quindi l'ambiguità. Il quadro più famoso si intitola "Persistenza della memoria". È stato dipinto nel 1931. È un passaggio roccioso, realizzato in punta di pennello, a piccola dimensione. Ecco che appaiono tre orologi molli uno dei quali appeso ad un ramo secco. Lo stesso Dalì racconta il perché di questo inserto del tutto stupefacente: «Stavo dipingendo un paesaggio di Port Ligat, con rocce illuminate da un trasparente crepuscolo. In primo piano c'era un albero di olivo senza foglie. Sapevo che l'atmosfera del quadro attendeva un'idea, ma ignoravo ancora quale e feci per spegnere il lume e andarmene a letto. Fu allora che vidi. Vidi tre orologi molli, pendulo uno dai rami recisi". Da allora (era il 1931) Dalì dipinse varie opere del genere. C'è "La nascita delle angosce liquide", che risale vagamente a Bocklin; c'è "L'uovo al tegame senza tegame"; c'è la "Ossificazione mattutina del cipresso"; c'è "Lo spettro del sex-appeal"; tutti quadri dei primi anni Trenta, che campeggiano nella mostra. Il loro padre spirituale resta Freud, cui l'artista dedica anche due ritratti. Col tempo le invenzioni si fanno sempre più enigmatiche e mostruose; e la pittura assume una spettralità luministica. Le forme si intersecano l'una nell'altra, come nell'"Apparizione di un volto e di una fruttiera su una spiaggia". È sempre la liquidità a sciogliere le forme, a renderle simili ad ossa levigate dalla sabbia del deserto. In taluni casi il macabro si unisce al grottesco: ad esempio nell'Autoritratto con pancetta fritta". Poi, negli anni Cinquanta, la pittura si fa sempre più veristica: la fantasia cede il passo all'invenzione a freddo ("Giovane vergine autosodomizzata dalle corna della sua stessa castità"). Ormai Dalì tende allo stupefacente e all'assurdo. È la sua strada, che lo porterà a quelle immagini visionarie nello spazio tipiche degli anni tra Cinquanta e Sessanta. È curioso: la mostra non segue un ordine cronologico. Anzi, le opere giovanili (anni Venti e Trenta) le troviamo alla fine. Qui assistiamo al passaggio dal Cubismo al Verismo. Arriverà Bréton per espellere l'artista dal gruppo dei Surrealisti. Nessuna etichetta per il "genio senza frontiere".