Tutta la storia potrebbe stare in una striscia a fumetti. Prime due vignette: Renato Brunetta, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra. È quanto è successo: bocciato a fine marzo nella sua corsa a sindaco già al primo turno, col 42,6 per cento contro il 51,1 di Giorgio Orsoni, il ministro fantuttone torna il 9 giugno come «ministro delegato a funzioni di impulso, promozione e coordinamento delle iniziative legislative dirette a modificare la normativa vigente in materia di salvaguardia di Venezia e della sua laguna». Vuol dire solo che tocca a lui stendere la nuova legge speciale per Venezia in sostituzione di quella del 73. Ma con un dettaglio non indifferente: Brunetta soldi da spendere o promettere non ne ha. Dunque impulso, promozione ma per favore non lo si tormenti con gli 'schei'. Terzo fumetto, Brunetta e Orsoni amoreggiano come fidanzatini di Peynet nel lettone dogale: in realtà era la battuta di un assessore dopo che Orsoni ha dichiarato che Brunetta è una risorsa, è veneziano, conosce la città, ci stimiamo da tempo, neanche in campagna elettorale mai un attacco personale. Ma nell'ultimo quadro, malevolo come si conviene a un fumetto, ecco Orsoni strozzato come Desdemona, e il suo focoso amante che se la fila dalla finestra con Venezia sotto il braccio. È ciò che, nel campo del sindaco, qualcuno più o meno velatamente paventa. Quando arriva la notizia della nomina di Brunetta, nel centrosinistra si levano gli scudi. Viene a fare il plenipotenziario (Massimo Cacciari). Mira a espropriare il comune dei suoi poteri (Maurizio Bettin). È la vendetta di Berlusconi. Guerriglia istituzionale, il governo contro i veneziani che hanno bocciato il ministro. Anche perché contestualmente, il 1 giugno, il ministro ai Beni culturali Sandro Bondi nomina al polo museale veneziano Vittorio Sgarbi, dal 25 maggio già curatore del Padiglione Italia per la Biennale 2011, provocatore per vocazione e per scelta, che sulla guerriglia istituzionale e no potrebbe scrivere un trattato. Sgarbi entra ufficialmente nelle sue funzioni di Soprintendente (ai musei, via subito la dicitura polo benché da lui stesso coniata quand'era sottosegretario) solo a metà mese: deve prima scontare dieci giorni di sospensione in seguito a una condanna per assenteismo del 96, quando proprio a Venezia era funzionario ai Beni artistici. Da ultimo, Luca Zaia liquida dal posto che spetta Biennale Franco Miracco, il "comunista di Galan", colto e esperto d'arte, e su quella poltrona si siede lui in persona. Strategia pianificata di disturbo e sfilacciamento dei poteri locali veneziani, le due nomine appaiate di Brunetta e Sgarbi più l'arrivo di Zaia? «Per carità!», nega Sgarbi, "per quattro anni Bondi mi ha annunciato nomine: a capo del Consiglio nazionale dei beni culturali, della Valorizzazione del patrimonio artistico, del Maxxi di Roma, dell'Istituto centrale per il restauro. Ma è sempre passato qualcun altro, e sempre di sinistra. Anche stavolta stava per nominare un terzo, poi l'ho convinto». Quanto a Berlusconi, secondo Sgarbi neanche lo sa, tra legge sulle intercettazioni e copie di opere d'arte da commissionare per adornare i giardini delle sue ville ha tutt'altro per la testa. In effetti il primo andazzo nei rapporti tra protagonisti e comprimari delle ultime baruffe veneziane è bizzarro. Brunetta convoca una riunione al vertice presso il Magistrato alle acque, presenti tutti i Soprintendenti. Tutti tranne Sgarbi. «Non c'ero perché non sono stato convocato», rintuzza il critico. Certo che no, non era mica la tua riunione», replica il ministro delegato, che sull'arrivo di Sgarbi non s'è mai lasciato sfuggire né un sì né un ma. Con Paolo Baratta, presidente della Biennale cui Bondi otto mesi fa voleva fare la forca, tutti s'aspettavano scintille: invece i due han cominciato a discorrere di contaminazione arte-letteratura, a immaginare come tradurla in eventi e mostre e si sono ritrovati a braccetto «ben più di quanto pensassi». Quanto ai politici, all'esordio è stato un fuoco e fiamme di Sgarbi contro destra e sinistra: "ignorante» a Giancarlo Galan e «nullità» a Orsoni, lodi solo a Zaia, «sgarbiano convinto che l'ha accolto al grido «devi venire con il lanciafiamme! » ; poi però il sindaco invita Sgarbi alla festa del Redentore, lui ricambia all'inaugurazione della mostra sulle opere d'arte recuperate dai Carabinieri: pace fatta, scordiamoci il passato, sul futuro si vedrà, inclusi i nuovi pontili a San Marco che Sgarbi abbatterebbe a picconate. Insomma, ognuno va, spara, arretra, lacera e ricuce per conto suo. Ma in fondo le migliori tattiche di disturbo sono quelle meno pianificate e dunque meno prevedibili. Il dubbio, semmai, è un altro: per dirla con Sgarbi, la città è talmente melmosa che è possibile non ci si accorga né dell'accordo né del disaccordo». Sui musei, può darsi. Sulla grata che alla Ca' d'Oro incorniciava e seminascondeva il San Sebastiano del Mantegna, divelta dal neo soprintendente come suo primo atto pubblico, protesterà forse solo chi vent'anni fa ce l'aveva messa. Ma con Brunetta è un'altra storia. Con lui non sembra probabile che la tregua regga. Non ci sono i presupposti. Tanto per cominciare, dove sono i quattrini? "A che serve chiacchierare di grandi progetti», dice Andrea Ferrazzi, assessore comunale a educazione sport e famiglia, vicino al cardinale Angelo Scola, «quando lo Stato deve ancora a Venezia 42 milioni di euro, già stanziati e mai versati, relativi agli ultimi due anni della vigente Legge speciale? Soldi che servono per le scuole, lo scavo dei rivi, il rifacimento dei masegni , le pietre di calli e campielli». Fatto salvo che oggi in Italia la cassa ce l'ha solo Tremonti, e Brunetta, interpellato, rimanda a quanto ha già detto: «Parlare adesso di finanziamenti rischia di essere un autogol, è una tematica che affronteremo a tempo debito, anche perché tutto quanto va letto all'interno della riforma del federalismo fiscale. Non si dimentichi che stiamo lavorando per i prossimi venti anni, non per domani». «Ma come?», rincara Ferrazzi, «in campagna elettorale prometteva 25 miliardi di investimenti in dieci anni e ora svicola su 42 milioni?» Poi c'è la questione di promesse chi comanda. Brunetta rassicura che non viene a commissariare la città bensì a predisporre una legge; ma da qui a fare in modo che «la governance di Venezia, oggi frantumata tra Capitaneria di porto, Magistrato alle Acque e un certo numero di commissari governativi, sia concentrata nelle mani dell'ente locale», come chiede il centrosinistra, ce ne passa. Anche sull'impianto della legge, pare che uno guardi da una parte e uno dall'altra. Nella prima bozza stesa da Brunetta si legge che «la nuova legislazione per Venezia sarà a geometria variabile», come le ali del caccia Tornado, «fino a coinvolgere Padova, Treviso e altri centri del Nordest». Ma allora che legge speciale è? «Per Venezia, perché è unica al mondo, o diluita per un territorio grande quasi quanto il Veneto? Se è così, tanto vale approvare una legge speciale anche per i trulli di Alberobello e Cisternino», s'interroga Pier Francesco Ghetti, ex-rettore di Ca' Foscari, assessore al Piano strategico del Comune. Alle strette: quand'anche i soldi della nuova legge speciale arrivassero dove andrebbero a finire? A salvare la città d'arte o, per esempio, a insediare 100 mila nuovi veneziani come da programma elettorale di Brunetta? Il 27 luglio, nuovo incontro del ministro delegato con le associazioni di categoria, giacché il primo invito a presentare bozze e richieste e proposte ha sortito esiti striminziti. Vivaddio, è estate anche in Laguna.
L'Espresso
23 Luglio 2010
Baruffe in laguna
RO
Roberto Di Caro
L'Espresso
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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Ma serve davvero questa Tav?
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