Paolo Matthiae racconta la sua straordinaria avventura. In un nuovo libro spiega la svolta decisiva per la nostra conoscenza delle civiltà antiche Prima di allora nessuna città era nata lontano dalle rive di un fiume Quella statuetta nel museo di Aleppo era in realtà più vecchia di oltre mille anni Ebla non cera. In quello che è stato il libro di seduzione di noi bambini del dopoguerra, Civiltà sepolte di C. W. Ceram (prefazione nobilissima di Bianchi Bandinelli), Ebla non cera. Il terzo avventuroso capitolo del volume di Ceram, "Il libro delle torri", raccontava di Ninive, Assiria, Babele. Nella storia del Vicino Oriente, ancora mancava quella che è la più grande scoperta archeologica del secondo Novecento, la scoperta di Ebla, "città del trono" del III millennio avanti Cristo. Una scoperta che ha cambiato le nostre conoscenze, che ha introdotto nuove prospettive nellinterpretazione del passato, nuove dialettiche nel presente (fra le polarità di Oriente e Occidente) e che spetta a un archeologo italiano, Paolo Matthiae. Accessibile e molto informale, Matthiae è rientrato da Londra, dove ha occupato il vertice del settimo Congresso Internazionale di Archeologia del Vicino Oriente. Un congresso che lui stesso ha lanciato nel 1998, sfidando scetticismo e tensioni nella scacchiera politica internazionale e che oggi, mi dice, «è una bella realtà di confronto scientifico e soprattutto di dialogo fra studiosi di quaranta paesi. Hanno vinto il coraggio, la tenacia, la speranza di pace». Subito, da queste prime parole, si capisce come 46 campagne di scavo nel cuore della Siria, condotte a partire dagli anni Sessanta, non abbiano allontanato Matthiae dal nostro tempestoso presente. «Larcheologo non è, come spesso si pensa, un ricercatore con la testa rivolta allindietro. È vero il contrario, almeno nellarcheologia più moderna. La nostra ricerca corre su un sentiero arduo di conoscenza che si pone tra lidentità di ciò che ci appare familiare del passato e lalterità di ciò che in esso ci sembra estraneo». Ecco tracciato un itinerario che, a percorrerlo tutti, ci condurrebbe nei giardini incantati della tolleranza. Perché Matthiae, che parla un arabo fluente, è un archeologo di vere passioni, convinto che la ricerca favorisca il dialogo; un intellettuale schierato che, oltre le ideologie, lavora per lamicizia fra Oriente e Occidente mettendo in campo delle strategie che non sono lontane da quelle di Daniel Barenboim e Edward Said. Raccontare con ordine. Riesce molto difficile perché Matthiae va in scena su paesaggi diversi, tutti vissuti e complementari. Cè il romanzesco degli scavi condotti nelle terre di Lawrence dArabia e i referti oggettivi dellarcheologia stratigrafica; cè la vita bohème con gli operai di un villaggio siriano «che diviene una nuova propria casa» e lappartenenza allaccademia blasée (professore alla Sapienza di Roma, ha ricevuto gli onori più alti, anche la spada dellAcadémie française). Su Ebla, scoperta ormai leggendaria (lì si sono incontrati Giorgio Napolitano e il presidente della Siria Bashar al-Assad), Einaudi pubblica oggi un nuovo volume ricchissimo di novità e integrazioni, in calce la dedica "Alle donne e agli uomini di Siria" (Ebla. La città del trono, pagg. 552, euro 34). Al professore chiedo di ricordare. Luglio 1962: «Avevo 22 anni. Era il mio primo viaggio in Oriente per uno scavo in Turchia. Decisi di passare dalla Siria, terreno della mia tesi di laurea con Sabatino Moscati. Un bacino in basalto scolpito su tre facce, nei magazzini del museo di Aleppo, mi parve subito uneccezionale testimonianza di unignota cultura figurativa del XIX secolo a. C., mille anni più antica di quanto si immaginava al museo. Il reperto proveniva da Tell Mardikh, una collina più a sud, a ovest dellEufrate, intatta e impressionante per dimensioni e morfologia». Stipulato laccordo fra Roma e Damasco, il giovane archeologo è di nuovo ad Aleppo, deciso a scavare a Tell Mardick, ma sgomento per lestensione del sito, 56 ettari. Nel mitico Hotel Baron, quello di Lawrence dArabia e di Agatha Christie, di William Saroyan e di Gustavo Adolfo di Svezia, ha luogo lincontro con Anton Moortgat, uno dei grandi dellarcheologia tedesca. «Con qualche timidezza gli chiesi che ne pensava di Tell Mardikh. Rifletté non poco, poi disse "Se luniversità di Roma chiederà la concessione di Tell Mardikh, non se ne pentirà". Lo considerai un oracolo e mille volte, in occasione di scoperte importanti, ho ripensato a quel vaticinio». Una colorazione favolosa e romantica accompagna la sequenza serrata delle scoperte: 1968, il torso basaltico del re Ibbit-Lim permette lidentificazione del sito con lantica città di Ebla ("roccia bianca") che a lungo si era cercata più a nord; 1974, il ritrovamento degli Archivi reali (17.050 frammenti di tavolette cuneiformi del terzo millennio, disposte con ordine sui lignei scaffali del Palazzo Reale) restituisce lo spaccato economico e sociale di unaggregazione che oggi chiamiamo città. È un ritrovamento che ha rivoluzionato la storia del mondo antico. Ancora: «"Gli italiani a Ebla hanno scoperto una nuova lingua, una nuova cultura, una nuova storia". Quando lessi questa dichiarazione di Ignace J. Gelb, il grande assiriologo di Chicago, pensai subito che quel risultato superava i più selvaggi e sfrenati sogni di qualunque archeologo. Ebla, per larcheologia e per i testi, è oggi il più importante e meglio conosciuto centro urbano della cosiddetta civiltà urbana secondaria, affermatasi attorno al 2500 a. C. in Alta Mesopotamia e in Alta Siria, lontano dal corso di un grande fiume. Ebla fu in quegli anni la protagonista di una sfida vittoriosa lanciata per la prima volta allumanità: poteva il modello della città, che ancora oggi per noi è sinonimo di civiltà, affermarsi lontano da fiumi come il Nilo, lEufrate e il Tigri? Ebla trasformò quel modello e lo adattò in modo mirabile». Ricordo al professore di avere visitato gli scavi di Ebla, costruita su unaltura calcarea con lAcropoli e la Città Bassa anulare. Ci condusse Federico Zeri che aveva acquisito la fototeca di Guglielmo Matthiae, grande medievista e soprintendente allAquila e a Roma. «Debbo molto a mio padre Guglielmo, perché la ricerca di uno storico dellarte del Medioevo, sul ceppo saldo di Pietro Toesca, già allora era una contaminazione tra storia dellarte e archeologia. Poi vennero maestri come Bianchi Bandinelli. Nel mio mestiere, ineguagliabile, è la fisicità della scoperta. Si salda alla percezione della distanza, di una certa opacità del passato che impone a noi, uomini dOccidente, un radicale cambiamento di prospettiva. Ci riteniamo orgogliosamente detentori di ogni chiave di conoscenza e dimentichiamo che i nostri strumenti critici sono stati forgiati - dallEllenismo al Vasari a tutto lOttocento - per misurarsi con larte del mondo greco, romano, europeo. Ma sono davvero efficaci di fronte a un mirabile ritratto di un faraone del XIX secolo a. C.?». Le parole di Matthiae hanno subìto a questo punto unaccelerazione improvvisa, questione di tempo (abbiamo i minuti contati) e questione, per così dire, di cuore perché il dialogo con lOriente è pieno di palpiti e di domande. «Nellarcheologia globale e integrata di oggi, le opportunità che si aprono sono infinite, da quando non ci si è più limitati a chiedere dove e quando, ma in che modo e perché. Dalla classificazione allinterpretazione, la ricostruzione del passato ha perso il carattere ozioso e pallido dellarcheologia di un tempo, per ricercare uomini fatti di sangue e di idee, esseri veri, non ombre indistinte. Con il progredire delle tecniche e dellintelligenza artificiale, il rischio è di scambiare le tecniche, che sono mezzi, con i fini, che sono le interpretazioni. E appagarsi dei metodi, dimenticando la storia». Nella luce scialbata della sera urgono mille domande sulla storia, quella storia di uomini "altri", lontani e diversi da noi. Al lavoro su due nuove campagne di scavo, il professore è già in volo per la Siria.
la Repubblica
23 Luglio 2010
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LA MIA SCOPERTA RIVOLUZIONARIA
AN
Anna Ottani Cavina
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
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