Essi infatti non sono derivati da una corretta analisi della domanda sociale, dei nuovi possibili attori pubblico-privati (enti no-profit, fondazioni) e di nuovi strumenti operativi che le pur carenti iniziative nazionali hanno in qualche modo individuato e sollecitato. Il fallimento, evidente a tutti, delle politiche regionali sulla casa è avvenuto a diversi livelli e con molteplici gradi di responsabilità e soprattutto ha segnato la differenza con altre regioni nelle quali più adeguati sistemi di welfare, migliori capacità progettuali del personale tecnico, indirizzi politici consolidati e una vocazione verso sperimentazioni, anche inedite, hanno reso possibili risultati apprezzabili anche se non completamente risolutivi. Questo patente fiasco, da addebitare al lungo ciclo politico del centrosinistra, ha avuto esiti duri su ampie fasce sociali, ha rinvigorito forme speculative legate al mercato immobiliare e ha reso ancora più sterile il già vago "Piano nazionale di edilizia abitativa", elaborato dal governo nel 2009 con un successivo stanziamento complessivo di 550 milioni, dei quali la Regione, nonostante le inutili buone intenzioni manifestate, a parole, a più riprese, non è riuscita a spendere nemmeno un centesimo, neanche per finanziare studi che mettessero in evidenza la vera dimensione del problema "casa" in Campania. Tra laltro, nella più generale inefficienza gestionale della macchina burocratico-amministrativa, si sono sgretolate anche quelle azioni che pure con difficoltà sono state messe in campo. Come linefficacia complessiva dei Contratti di Quartiere, o come i Programmi di Recupero Urbano (Pru) molti dei quali da anni stentano a partire nonostante i cospicui finanziamenti pubblici (un caso che dovrebbe diventare oggetto di studio è quello del Pru di Ponticelli, che dal 1997 viene progettato e riprogettato senza esito alcuno). Il problema non si può ricondurre, come pure si tenta di fare, alla mera costruzione di nuovi alloggi, ma deve interessare una programmazione più ampia che parta dalle condizioni di contesto che, soprattutto nella densa area metropolitana di Napoli, acquistano caratteristiche e criticità uniche. Nella sola Napoli, tanto per fare un esempio, la popolazione immigrata dal 2003 a oggi è cresciuta di circa il 120 per cento, e cioè più di 20 mila individui, senza che si sia soltanto provato a risolvere la questione dal punto di vista abitativo. In tutta la regione, per gli oltre 40.000 studenti fuori sede ci sono appena 728 posti letto a disposizione. Ancora, nella provincia di Napoli il numero di alloggi in locazione gestiti dallo Iacp (dati Federcasa) è sceso nel periodo 2001-2006 da 36.700 a 34.400 (a seguito dellalienazione di parte del patrimonio) con un numero medio di abitanti per alloggio di 3.2, tra i più alti dItalia. Il disagio abitativo, comunque, non riguarda solo fasce particolari o in assoluto più deboli della popolazione. È sempre più vasta, infatti, la cosiddetta area "grigia", costituita da persone e nuclei familiari che hanno difficoltà a definire la loro condizione abitativa pur potendo contare su un reddito e su una condizione di relativa stabilità che però non consente loro di accedere al normale mercato immobiliare. Il social housing sarebbe stato uno degli strumenti con il quale sostenere questa area grigia se lente regionale avesse in qualche modo agito. E invece in totale lincidenza della spesa per la casa sul bilancio della Regione Campania è di circa lo 0.8 per cento, circa 23 euro a cittadino, tra le più basse dItalia, contro i 230 euro pro-capite della Calabria (evitando umilianti confronti con quello che accade nella sempre più lontana Europa). A valle di queste politiche e azioni poco concludenti, si è tentato, in ultimo, di approfittare delloccasione offerta dal cosiddetto "piano casa", e cioè da un provvedimento provvisorio, emergenziale e scollato da qualsiasi analisi sensata del problema abitativo, spacciandolo anche come soluzione ai problemi meramente economico-contabili del Paese. Approvato in Regione Campania lo scorso periodo natalizio da una compagine politica disgregata, il "piano" fu scritto negando in molti punti persino la logicità della sintassi e della grammatica, predisponendo furbescamente un dispositivo appositamente errato e impreciso e che, a più di sette mesi dallapprovazione, non ha prodotto nulla, tranne molti appetiti sulle zone a vincolo paesaggistico, abbandonate definitivamente nelle mani delledilizia con la finta motivazione della soluzione del problema-casa. Su questi temi la nuova giunta, se vorrà, avrà molto da lavorare, sperando in provvedimenti sui quali si possa almeno aprire una discussione utile. Le recenti modifiche alla legge sul "piano casa", ad esempio, pur non essendo condivisibili in molti punti, sono almeno più coerenti con gli indirizzi politici espressi dalla nuova maggioranza. Resta il fatto che le politiche per la casa e lhousing sociale sono altre, e su queste converrà spendere tempo per proposte più solide e più innovative.