Gli scavi e una mostra permanente a Manfredonia Nella prima metà del XIII secolo Siponto era un porto collegato con l'Oriente: da qui partivano i pellegrini che - venuti da Roma e dopo aver fatto tappa al santuario dell'Arcangelo Michele - si imbarcavano per la Terrasanta. Questo scenario è evocato dalla placchetta rituale, «quadrangula», che raffigura gli apostoli Pietro e Paolo: persa da un pellegrino è ora riemersa a Siponto, presso Manfredonia, durante i recenti scavi condotti da Caterina Laganara. Sulla placchetta, che doveva essere cucita sul cappello o sulla saccoccia da pellegrino, i santi apostoli «romani» sono contraddistinti dalla prima sillaba del loro nome (PE e PA): si tratta, suggerisce la studiosa dell'Università di Bari, di un oggetto di grande eccezionalità documentaria. Ma non è questo l'unico reperto a squarciare il velo sul periodo medievale della cittadina pugliese. Insieme ad altri rinvenimenti esso contribuisce a fotografare il momento in cui Siponto divenne uno dei «villages désertés» della Daunia, una città abbandonata. Allorché, per decreto dello svevo Manfredi figlio di Federico Il, emanato nel 1263 - il «Datum Orte» -, i cittadini furono costretti a «scasare» da una Siponto malsana e acquitrinosa e a stabilirsi nell'attuale Manfredonia. Nel parco archeologico di Siponto in questi ultimi anni sono stati effettuati scavi mirati - come aveva pensato la compianta Marina Mazzei, allora responsabile per la Soprintendenza - appunto a recuperare la storia medievale, ritenuta finora «secondaria» rispetto alle rilevanze antiche e tardo-antiche. Sicché le indagini in questo ultimo decennio hanno portato alla luce brandelli della storia postrema di Siponto, per la quale anche la documentazione scritta appare discontinua. Un impianto produttivo del periodo normanno ha consentito di ricostruire una struttura operativa per la macinazione delle granaglie, con annesso forno per la cottura (fine del XII secolo). Mentre in una vicina abitazione, è riemersa una fossa adibita a discarica domestica. Da questo "butto», sono riaffiorati numerosi cocci di vasellame: anfore, ciotole, piatti di protomaiolica e invetriata, databili all'ultima fase insediativa di Siponto: metà del XIII secolo. Queste stoviglie ceramiche sono decorate con figure e ornamenti non sempre dozzinali: su una pancia di vaso un soldato, coperto da una cotta a rete, alza un calice di vino; su piatti si intravedono cervi picchiettati d'azzurro e pesci; su una ciotola, un corvo stilizzato, con il corpo campito da astratti motivi vegetali dipinti in nero e azzurro, afferra cori il becco una palma resa iridescente da tocchi turchesi. Quest'ultima decorazione è stata scelta come logo della mostra «Siponto. Una città abbandonata nel Medioevo», che si inaugura domani nel Castello di Manfredonia. E che resterà permanente nel Museo nazionale, per creare - negli intenti della direttrice Anna Maria Tunzi - un più intimo legame tra la Siponto vetus e quella novella, vale a dire Manfredonia. Ciò che stupisce - e che è stato svelato dall'indagine dei pigmenti usati per la decorazione dei vasi - è l'uso dei lapislazzuli per ricavare il blu e l'azzurro: una tecnica derivata dall'Oriente, e rintracciabile anche in ceramiche rinvenute a Lucera e a Castel Fiorentino (il maniero dove Federico il morì). Elemento artigianale che può far rimandare, più che a una importazione, alla presenza saracena in Lucera. Alla storia quotidiana documentata da] sito produttivo e dall'abitazione con la sua discarica (che ha anche conservato un brandello di lino di oltre 700 anni fa), sta ora fornendo nuove testimonianze il luogo di culto emerso lì accanto, con accenno di abside e frammenti di intonaco dipinto a figure geometriche. D'altronde, che sia una chiesa appare dalla zona cimiteriale che la circonda, con almeno due sepolture multiple. In una di esse, nello scarno corredo funerario tipico del Medioevo, è comunque emerso un castone per anello composto da una rosea fluorite, minerale che rimanda a miniere dell'Alto Adriatico, e a conseguenti commerci. Una suggestiva proposta è quella di individuare in questi resti di edificio l'antica chiesa di Sant'Andrea «in civitate veteri Siponti», menzionata dalle fonti antiche. La zona sepolcrale dovrà essere ulteriormente investigata. In una prospettiva che investe «il futuro del ParCO» (come si intitola l'ultima sezione della mostra), con l'obiettivo di «mettere a fuoco - come dichiarano gli organizzatori - la facies postclassica della città, per cercare anche di capirne le modalità del definitivo abbandono in favore dell'emergente centro di Manfredonia». Ma anche con il segreto auspicio di poter ritrovare i resti - certamente più prestigiosi: ad esempio, di quel palatium di cui la Siponto longobarda doveva essere dotata.
Siponto, Medioevo di una città perduta
Riassunto in 200 parole:
Gli scavi a Manfredonia hanno portato alla luce una placchetta rituale quadrangolare con gli apostoli Pietro e Paolo, che suggerisce che Siponto era un importante centro di pellegrinaggio nel Medioevo. La placchetta, che risale al XIII secolo, è stata trovata durante i recenti scavi condotti da Caterina Laganara. Insieme ad altri reperti, essa contribuisce a fotografare il momento in cui Siponto divenne uno dei villaggi abbandonati della Daunia. I reperti scaviati includono un impianto produttivo del periodo normanno, una fossa adibita a discarica domestica e stoviglie ceramiche decorate con figure e ornamenti non sempre dozzinali.
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