VENEZIA Chissà quali medaglie e corone e prebende si aspettano da questa 61ma Mostra le maree governative; inviti alle proiezioni più prestigiose anche per Montani cugini, soggiorno festoso a spese del contribuente e soprattutto il mondo intero incantato per la meraviglia dell'evento. Comprando centinaia di biglietti perle serate più affollate di divi, le istituzioni in mano a An e Fi, come Istituto luce, Cinecittà o la Rai, si accapigliano tra loro pretendendo prime file, citazioni, omaggi, inchini, microfoni sotto il naso. Spettacolo nello spettacolo, la destra, che solitamente teme la cultura come la peste, si sta agitando corrucciata per assicurarsi, lei che dilaga nelle anguste dimensioni del teleschermo, gli eventuali benefici di immagine del cinema e delle sue star, per il narcisismo degli ultimi venuti e già pensando alle future elezioni. Gente ingenua, appunto impreparata alla tradizionale impermeabilità della Mostra, che non appena tenti di sfruttarla, di annettertela, ti fa fare brutte figure. Si sa che tutta la paccottiglia di cartone fatta per rendere sfolgorante la sua decennale e immutata decrepitezza, è crollata nel disordine organizzativo e nel caos della sfortuna. Un ministro accorto avrebbe fatto finta di niente, ma si sa quanto quel bonaccione, in apparenza, di Giuliano Urbani, possa arrabbiarsi e diventare aggressivo. L'anno scorso la sua ira si abbattè inesorabile sul presidente della Biennale Bernabè e sul direttore della pur bella Mostra de Hadeln. Cacciare a pochi mesi di distanza anche il nuovo presidente Croff (scelto da lui i con un contratto per quattro anni) e il nuovo direttore Muller deve essere sembrato un eccesso al pur sbrigativo ministro dei beni culturali. Quindi: «Il problema non è la direzione artistica ma la macchina organizzativa. Abbiamo riconosciuto che siamo tanto bravi da creare un evento che equivale al motore di una Ferrari, ma la carrozzeria resta quella di una Topolino». Intendendo per Ferrari Muller e per Topolino lo staff che da anni lavora alla Biennale e che da ieri si sente minacciato. Incontri incendiari con Croff, sospetto arrivo di Alain Elkann, reduce dalle fastose nozze del figlio Jaki e intimo di Urbani, Muller serafico e protetto dallo stesso ministro e dalla sua sapiente capacità diplomatica. Manifestazioni di fiduciosa solidarietà in pubblico, nel retrobottega risse, minacce di teste tagliate, scaricabarile, reciproche accuse. Sullo sfondo una folla incolore di parvenu della politica, di ignoti portaborse, nazionali e locali, mai sazi di lussi gratis, che con la loro signora, svillanneggiando chiunque, pretendono poltrone in sala per poter fare la passerella fuori e poi lasciano vuoto il loro posto perché del film non gliene importa niente. Nel casino generale intanto, si è invertito il tipo di spettatore: alle proiezioni per la stampa entrano soprattutto giovani cinefili, mentre quelle dette per il pubblico, a parte un centinaio di spettatori paganti, sono occupate dalle claque istituzionali, partitiche e della produzioni. Quindi se si applaude alle proiezioni di gala e si fischia a quelle professionali, è quest'ultimo il giudizio che conta. La Mostra scricchiola indomita da tanti anni, malgrado presidenti e direttori spesso prestigiosi. E non si capisce perché quest'anno avrebbe dovuto stupire per la meraviglia solo perché c'è qualche gabinetto mobile in più (mai abbastanza) o perché 60 grossi leoni d'oro torreggiano inutili lungo la famosa passerella rossa. Non bastano le feste, che ci sono sempre state, né i divi sfuggenti, che ci sono sempre, stati, né persino i buoni film, che in parte ci sono. E' imprudente prendersela conio staff della Biennale o con i suoi stessi responsabili, sia pure per errori gravi quali l'accumulo di ritardi per cui un lunare Johnny Depp percorreva la passerella alle due del mattino per l'assonnato piacere di un pugno di nottambuli, per presentare il suo film in una sala vuota. Il ministro faccia ammenda personale dipende da lui che la Mostra abbia un futuro dignitoso, perché non si può più fare senza cinema né strutture adeguate almeno come quelle degli altri festival internazionali. Sganci i miliardi necessari, e se non ce li ha la privatizzi, la venda a chi ha il coraggio di investire, come sta facendo con tante parte dei tesori italiani.