VENEZIA - Acque agitate alla Biennale dopo il commento di Urbani ai ritardi e alle disfunzioni che nei giorni scorsi hanno gettato il Lido nel caos: «La Mostra ha il motore di una Ferrari ma la carrozzeria di una Topolino», ha detto il ministro, «nel futuro bisognerà mettere a punto l'organizzazione». L'uscita di Urbani, in platea per vedere il film di Placido, ha scatenato una ridda di pettegolezzi e ora qualcuno si aspetta, ferma restando la "Ferrari" Muller, la caduta di qualche testa nella "Topolino" Biennale. Nei corridoi del Palazzo del Cinema si sono visti dipendenti, che in questi giorni si stanno ammazzando di lavoro per la Mostra kolossal, piangere sconsolati alla lettura del proprio nome sui giornali locali, nella lista dei candidati al licenziamento. Davide Croff, che l'altro giorno ha chiesto scusa per i ritardi (le cose cominciano ad andare meglio, la proiezione di Ovunque sei è iniziata puntualmente), non perde il sangue freddo e getta acqua sul fuoco. «Nessuno mi ha chiesto di licenziare esponenti dell'organizzazione», assicura il presidente della Biennale, «semmai occorre rafforzare la struttura che soprattutto quest'anno, a confronto con un festival di dimensioni inedite, ha dato prova di capacità e abnegazione». Alla luce di quello che sta accadendo, è sempre più plausibile che i ritardi siano dovuti all'enorme numero di film in cartellone, alla loro durata spesso superiore alle due ore, alla scarsa distanza fra una proiezione e l'altra: una lezione di cui Muller o chi per lui, nelle prossime edizioni, dovrà far tesoro. Polemiche a parte, Urbani a Venezia ha proposto di realizzare un film-documentario tratto dagli archivi della Biennale e del Luce «per documentare le follia delle guerre di religione». L'idea del ministro nasce dalla recente tragedia dell'Ossezia, mentre il Lido ieri ha accolto con grande commozione I tre stati della melancholia, il film-documentario sui bambini della Cecenia, diretto dalla regista finlandese Pirjo Honkasalo. Immagini vere e strazianti testimoniano l'escalation dell'odio nella terra martoriata dal conflitto russo-ceceno: si vedono i bambini-soldato che vengono addestrati nell'accademia militare di Konstadt, vicino a San Pietroburgo, i piccoli abbandonati di Grozny, gli orfani che hanno trovato rifugio e affetto presso una donna in un campo profughi dell'Inguscezia. Per la regista, la strage di Beslan è imputabile al terrorismo internazionale«che ha trovato collaborazione e manovalanza tra i disperati della Cecenia». I tre stati della melancholia è una coproduzione tra diverse televisioni europee, ma la Rai non figura nel gruppo. «Molto probabilmente», osserva la produttrice Kristiina Fervila, «non è interessata a questo tipo di progetto».