Oggi, nella chiesa di Sant'Erasmo a Porto Ercole, apre la mostra su Caravaggio. Una sola tela, il «San Giovannino» della Galleria Borghese, per un allestimento a effetto con poco rigore scientifico e l'incursione della politica. Dopo il falso atto di morte, e dopo l'equivoco trionfo navale offerto da Cesare (quello minor: Previti) alle ancor più equivoche spoglie, è finalmente arrivato a Porto Ercole un vero Caravaggio : il San Giovannino della romana Galleria Borghese («Chiuder la vita», fino al 18 agosto). Le mostre servono a ricostruire un contesto, e dunque l'ostensione di un singolo capolavoro si giustifica solo in rarissime occasioni. Riportare a Porto Ercole un quadro che probabilmente era nella barca dell'artista durante il fatale naufragio del luglio 1610 è forse una di quelle. Ma solo una campagna di studi sulla Porto Ercole del Seicento e una loro adeguata divulgazione avrebbero riempito di senso (cioè di educazione, conoscenza e cultura) un evento altrimenti ad alto rischio di vuota spettacolarizzazione. Tuttavia, l'amministrazione comunale si è ben guardata dal promuovere qualcosa del genere, preferendo saltare sul fortunato carrozzone nazionale delle mostre-evento. Dunque, il quadro è stato esposto nell'unico spazio storico pubblico del paese, la chiesa di Sant'Erasmo: ma l'allestimento ha svuotato del tutto questa giusta scelta nascondendo l'architettura dietro una banalissima quinta di tessuto nero. Così il quadro galleggia in un «non-luogo» che potrebbe essere un capannone del Maryland come una sala delle Scuderie del Quirinale. Il che si intona, purtroppo, al livello culturale della mostra, dove un maxischermo alto quanto la chiesa e incombente sul quadro proietta a ciclo continuo un blob di film sull'artista e di documentari sull'Argentario. Come se non bastasse, accanto al Caravaggio avrebbero dovuto essere esposte anche due opere di un artista vivente: un'idea tanto balzana da dover essere sconfessata da Roma all'ultimo momento, e ad allestimento già realizzato. Infine, la maxiproiezione di un particolare del manto del San Giovannino sull'esterno della chiesa trasforma un luogo sacro in un puro scatolone espositivo: e che una mostra del genere riesca a sottrarre al culto per un mese una chiesa consacrata, la dice davvero lunga sullo strapotere del marketing caravaggesco Ma com'è possibile che la mostra sia stata concepita in modo così dilettantesco e intellettualmente kitsch? Una spiegazione è che essa non è stata curata da uno storico dell'arte, ma da due restauratrici. Si tratta di un'evidente confusione di ruoli, e non è la prima volta: le stesse due professioniste hanno per esempio firmato la tappa milanese del pellegrinaggio del famigerato Cristo ligneo incredibilmente attribuito a Michelangelo. In questo tipo di eventi commerciali, dunque, lo storico dell'arte non è più necessario: anzi, finirebbe per essere d'intralcio, con i suoi noiosi scrupoli scientifici, culturali e morali. Ma nel caso di Porto Ercole c'è un salto di qualità. Alle cure delle restauratrici si è, infatti, affiancato il «coordinamento scientifico» di Francesca Temperini. Finalmente una storica dell'arte, si dirà. E invece no: il suo nome è del tutto sconosciuto agli studi sull'arte italiana del Seicento, ma è invece noto alla cronaca politica. La Temperini, infatti, è la vicecoordinatrice di Forza Italia a Orbetello (a cinque minuti da Porto Ercole), e soprattutto è la segretaria particolare del ministro per i Beni culturali Sandro Bondi. È la prima volta che un Caravaggio dello Stato viene esposto in una mostra che non ha la minima garanzia scientifica. L'eredità più durevole di questa mostra è, dunque, un grave precedente di esautorazione politica della competenza. Ma la storia dell'arte si sa non è una questione di vita o di morte: è solo questione di cultura. Dunque, sotto a chi tocca.