L' ombra del ritorno si proietta nell'antica chiesa di Sant'Erasmo sul colle che domina l'insenatura di Porto Ercole e incrocia Forte Stella, in un'ipotetica linea della storia, sull'altro lato del promontorio. È un capolavoro, l'ombra del ritorno, un dipinto, il San Giovanni Battista, conservato alla Galleria Borghese. Oggi riapparirà, quattrocento anni dopo, negli stessi luoghi che probabilmente percorse a bordo di una feluca durante una navigazione incerta alla ricerca di un autore, anch'esso smarrito e all'inseguimento disperato della sua opera. Quell'uomo, un gigante della pittura, si chiamava Michelangelo Merisi da Caravaggio. È una mostra atipica, tra arte e ricostruzione storica, quella che si apre da oggi, 18 luglio, (anniversario della morte del Maestro) al 18 agosto a Porto Ercole, nel comune di Monte Argentario, Toscana marinara del Sud, tra la Maremma e l'Alto Lazio, un'esposizione che ci racconta suggestioni straordinarie e gli ultimi istanti di vita del genio delle «luci e delle ombre» e di quell'imbarcazione quasi alla deriva che trasportava tre dipinti del Caravaggio e che il suo autore aveva perso, dopo un nuovo rocambolesco arresto, e stava cercando di raggiungere in una corsa oscura verso la morte, avvenuta appunto a Porto Ercole il 18 luglio 1610. Nella chiesa di Sant'Erasmo, nella quale secondo alcune testimonianze sarebbe stato sepolto lo stesso Caravaggio (ma proprio in questi giorni si discute di un ritrovamento delle sue ossa nell'antico cimitero), il San Giovanni Battista (l'unico dei tre quadri giunto a noi) sarà esposto in una teca di cristallo antiproiettile e climatizzata immerso in uno scenario che emanerà qualche ricordo della feluca che lo trasportò per l'ultima volta. A bordo dell'imbarcazione c'erano altri due dipinti: la Maddalena penitente e il San Giovanni Battista sdraiato, opere andate perdute che oggi ci sono state tramandate attraverso copie. «Insieme al San Giovanni della Galleria Borghese facevano parte del tesoro che avrebbe potuto significare la salvezza del Caravaggio spiega Valeria Merlini, restauratrice e curatrice insieme a Daniela Storti della mostra "Michelangelo Merisi da Caravaggio, Chiuder la vita" . Michelangelo, infatti, da Napoli dopo una serie di peripezie stava cercando di raggiungere Roma dove presumibilmente avrebbe dovuto incontrare il potente cardinale Scipione Borghese, avido collezionista delle sue opere. Quei dipinti, a lui donati, erano il pegno da pagare per un'intercessione verso il Papa e la concessione della grazia. Caravaggio, ricordiamolo, era un condannato a morte per omicidio». La storia, a questo punto, ci costringe ad andare pochi anni indietro da quel luglio del 1610. Caravaggio, dopo il delitto di Ranuccio Tomassoni (episodio controverso avvenuto a Roma durante una partita di pallacorda), viene condannato a morte e fugge a Napoli e poi si rifugia a Malta. Qui, grazie a conoscenze e soprattutto al suo genio, riesce ad essere iniziato Cavaliere, titolo prestigioso che gli può aprire la strada alla grazia. «Ma anche alla Valletta accade qualcosa di oscuro spiega Valeria Merlini . Il pittore ha un diverbio con un altro cavaliere, c'è chi dice addirittura che è coinvolto in un delitto a sfondo sessuale. Viene nuovamente imprigionato nel carcere inviolabile dell'isola ma riesce, forse grazie all'aiuto di qualche amico potente, nuovamente a fuggire». Si imbarca, il Merisi, e punta dritto verso la Sicilia. Soggiorna a Siracusa poi si sposta a Messina e nei primi mesi del 1610, grazie anche a una serie di contatti con la Chiesa e i suoi protettori romani (tra questi i marchesi Colonna Sforza e il cardinale Ferdinando Gonzaga) e il «collezionista», il cardinale Scipione Borghese, crede che sia arrivato il momento di tornare a Roma per ottenere la grazia. Noleggia una feluca, sulla quale imbarca gli ultimi tre suoi capolavori da portare al cardinale Borghese e salpa verso nord. A Palo (l'attuale Ladispoli) viene arrestato. L'imbarcazione con i tesori prosegue la navigazione fermandosi probabilmente a Porto Ercole. Resta in prigione qualche giorno ma poi viene liberato. Non è felice, Michelangelo Merisi, la febbre lo sta minando e il suo tesoro, salvacondotto e ponte verso la grazia, è scomparso. Alcuni armigeri gli dicono di aver visto la feluca dirigersi verso Porto Ercole e lui parte, disperato. Quando arriva nell'ex Stato dei presidi sta male. Febbre altissima. Malaria? Oppure saturnismo (l'avvelenamento da colori) o ancora sifilide come è stato ipotizzato recentemente? Il mistero continua. Certo, (o quasi perché in tutta la vita del pittore realtà e fantasia si mescolano come nei suoi quadri) è che muore di malattia forse nell' ospedaletto di Santa Maria Ausiliatrice mentre la feluca scompare all'orizzonte del Tirreno. Durante la mostra di Porto Ercole, prodotta da Aleart progetti d'immagine con il coordinamento scientifico di Francesca Temperini e promossa dal Comune di Monte Argentario, dal ministero dei Beni culturali e sponsorizzata dall'Eni, doveva esserci anche un approfondimento critico con opere del pittore contemporaneo Nicola Samorì ma poi è stato deciso di lasciare la scena interamente al Caravaggio e al suo straordinario dipinto. Quel San Giovanni dall'espressione serena, l'ombra del ritorno, che nella chiesa di Sant'Erasmo si illuminerà tra suggestioni artistiche e storiche.