Questo è un appello, un appello contro una morte annunciata. All'allarme generale sul paesaggio, minacciato dal cemento, dall'assurda collocazione delle pale eoliche, dall'inquinamento delle acque e dal degrado delle periferie e dei centri storici, si aggiunge un'altra minaccia concreta. La manovra taglia il 50 delle risorse ai parchi naturali I parchi sono creature fragili. Hanno bisogno di manutenzione continua e di sorveglianza. I parchi sono considerati, oggi, riserve della biosfera. Proteggono la fauna marina e quella montana, preservano specie vegetali e il loro complesso sistema. Sono fonte di bellezza, certo, però anche riserve di natura. Parchi e riserve sono distribuiti in tutto il mondo, censiti dall'Unesco, garantiti dall'impegno finanziario e organizzativo degli Stati. Sono, nelle classifiche dell'Unesco, «patrimonio dell'umanità», meglio, nella definizione inglese, world heritage, ovvero patrimonio del mondo, vale a dire non soltanto un patrimonio per l'uomo, ma per tutto quel delicato sistema che è l'intero mondo, un sistema cui proprio l'uomo ha arrecato danni immensi. In termini d'immediato ritorno, i parchi sono una grande risorsa turistica per un Paese come il nostro che dal turismo ricava il 12 del Pil, che riceve ogni anno oltre 43 milioni di turisti, che dispone di oltre 130 mila strutture ricettive e che dunque dà lavoro a una parte rilevante della popolazione mentre incassa valuta. La Federparchi, la struttura cui fanno capo 23 parchi nazionali e 130 parchi regionali, prevede la chiusura del 50 dei suoi federati. Sarà allora una triste conta quella che deciderà sui parchi da chiudere. Eliminiamo prima lo Stelvio o il Gran Paradiso, l'Abruzzo o l'Etna oppure le Cinque Terre? E perché no il parco marino di Punta Campanella nel golfo di Sorrento, o quello delle Tremiti? Il Gennargentu si metta in fila, i Monti Sibillini aspettino il loro turno, magari dopo il Parco del Ticino, poi verranno le Dolomiti Bellunesi, il Vesuvio, il Pollino, le Foreste Casentinesi, l'Arcipelago Toscano... L'elenco dei parchi comprende quasi tutte le bellezza naturali d'Italia, i pochi biosistemi ancora vivi, animali sopravvissuti alla caccia, come il lupo bruno marsicano, o agli erbicidi e agli insetticidi. Il fatto è che più che mai i parchi hanno bisogno di essere protetti da quanto li contorna. Quando leggiamo che nello scorso aprile nella zona dei Regi Lagni, in provincia di Caserta, sono stati arrestati, per danno ambientale, 22 imprenditori, chiusi 4 impianti di depurazione delle acque, presi provvedimenti contro 25 aziende zootecniche, abbiamo la percezione netta di quali sono i rischi per l'ambiente in cui viviamo e come tanto più sia necessaria una coraggiosa e generosa politica in favore dei parchi che sono, oltre che riserve della natura, riserve della cultura e presidi della bellezza, modelli educativi di rispetto del territorio. In una simile prospettiva di tagli sconsiderati, l'impegno del ministro Prestigiacomo, che si è battuta contro il dimezzamento dei fondi, da solo non basta: serve una presa di posizione del governo, un intervento del premier Berlusconi. Altrimenti rischia di apparire contraddittoria anche la campagna promossa dal ministro del Turismo che invita a godere della bellezza del «giardino d' Europa». Se i tagli sono imposti da Bruxelles, è anche vero che il patrimonio naturale italiano, dallo Sciliar all'Etna, dalla foca monaca al lupo appenninico, non è soltanto nostro ed è un bene già diminuito nei secoli, che solo con una politica e una spesa costante può essere salvato. La politica, appunto, dei parchi, per i quali noi occupiamo uno dei primi posti nel mondo.