Leggo sul nostro giornale: "Appartiene alla Puglia più antica una buona parte dei preziosi reperti archeologici recuperati dai Carabinieri del reparto operativo Tutela patrimonio culturale di Roma in un magazzino svizzero di proprietà di un mercante darte giapponese. 337 pezzi di inestimabile valore storico, da ieri esposti nellarena del Colosseo, fra i quali pregiatissimi manufatti di epoca compresa fra lVIII secolo avanti Cristo e il IV secolo dopo Cristo. Secondo stime degli stessi ufficiali che hanno condotto loperazione battezzata "Andromeda", a richiamare simbolicamente la figura mitologica della bellezza, oltraggiata e messa in pericolo, ma salvata da unazione eroica, almeno un terzo dei reperti ritrovati - quindi oltre un centinaio - proviene dalla Puglia. Ci sono vasi di provenienza canosina alti fino a 50 centimetri, una statuetta con figura a cavallo della stessa area, ma anche magnifici crateri a volute apuli e attici, probabilmente originari di Egnazia". La nostra terra riavrà questi tesori. Ospitali musei attrezzati li accoglieranno? Studiosi volenterosi li studieranno? Ricercatori anelanti risposte ne potranno disporre? Turisti intelligenti se ne potranno beare? Attireranno giovani in frotta anelanti di integrare le cognizioni scolastiche? Preferisco non pormi queste domande per non farmi venire la malinconia con questi tempi di funeste manovre finanziarie. Per benevolenza degli dei, ora, comunque, le testimonianze del passato tornano a casa. Ed ecco che un altro dubbio si affaccia. A petto di queste centinaia di reperti salvati dalla speculazione dei privati e dal mercato rapace dellantiquariato e restituiti alla loro patria, quanti altri sono stati ingoiati dallingordigia sciocca e feroce dei bottegai? Tento di consolarmi augurandomi che sia vera la voce che circola a danno di trafficanti e ricettatori. I reperti archeologici trafugati alla memoria e sacrificati sullaltare dellingorda vanità personale portano jella. E sia! Per una volta colpisca liberamente. Laltro spunto raccolto nelle cronache che mi riporta, col ricordo, al mondo classico, è questa storia della denominazione di "Cesare" che sarebbe stata affibbiata al premier o che il premier si potrebbe essere affibbiata. Non me ne stupirei. Lui e la combriccola cui indirizza epiteti elaborati e inappellabili dovrebbero andare a ripetizione di Storia romana e si renderebbero conto che la trovata è sbagliata. Leggano i classici prima di avventurarsi in trovate di così cattivo gusto. Cesare, inteso come Giulio (101-44 a.C.) fu un grande statista, un capo politico e militare di primordine e sobrio scrittore: un uomo non esente da difetti umani, tra cui lambizione imputatagli da Bruto. Ma amò Roma, Roma come Res Pubblica, per cui è plausibile che abbia rifiutato per ben tre volte la corona di re che, ai Lupercali, Antonio gli aveva offerto. Di se stesso avrebbe potuto dire col vecchio Terenzio: Homo sum: humani nihil a me alienum puto, Sono un uomo: niente che sia umano mi è estraneo. Insomma, non si è mai considerato, davvero, un dio. Lui Giulio Cesare, quello vero.