Esposti al Colosseo 337 oggetti d'arte antica recuperati nel deposito clandestino del mercante giapponese Noryioshi Horiuchi I mercanti internazionali dell'arte rubata raccontano che, alle Fiere e in altre occasioni, mangiavano tutti assieme. Uno solo (a Roma si direbbe il più sfigato) si limitava a un panino al bar: Noryioshi Horiuchi. Mihoko Koyama, erede di un'immensa fortuna tessile in Giappone ed a capo di una setta con 350 mila adepti chiamata Shumei, decide di creare un museo sulle colline di Kyoto: incarica Ieoh Ming Pci, l'architetto della piramide del Louvre, e degli acquisti, Horiuchi. Stanzia 750 milioni di dollari; nel 1997 apre il Miho Museum, duemila capolavori, e del dealer giapponese che s'accontentava del panino fa un grande mercante: compra soprattutto da Gianfranco Becchina, famoso predatore cui nel 2001 a Basilea hanno sequestrato migliaia di oggetti e i documenti. Ieri, i carabinieri del Comando per la tutela del patrimonio culturale hanno messo in mostra 337 oggetti ("15 milioni d'euro di valore», dice il generale Giovanni Nistri) che spontaneamente Horiuchi ha restituito, dopo che in nove locali al Porto Franco di Ginevra, nel 2008 gli erano stati sequestrati 20 mila reperti e l'archivio. Per un recupero eccezionale, terzo per consistenza dopo quelli Medici e Becchina, una cornice e scenografia eccezionali: con le antichità allineate nell'arena del Colosseo. C'è un vasto campionario dell'Italia rubata: Centro, e Sud della Penisola, Etruria e Sardegna. Kylìkes arcaiche «e una tazza è del Pittore di Byrgos», dice Daniela Rizzo, autrice dell'analisi per il Sostituto Procuratore Francesco Ciardi; tre torsi marmorei di Afrodite; 10 frammenti d'affreschi di Pompei; 25 grandi vasi apuli; alcuni a figure rosse, «greci e importati spesso in Etruria, a Cerveteri o Vulci», spiega il soprintendente archeologo di Roma Giuseppe Proietti; tre splendidi bronzetti nuragici, destinati a Sant'Antioco; una hydria, grande vaso a figure rosse «con la partenza di una quadriga, del Pittore di Priamo» (sempre Rizzo); un altro, laconico e scavato in Sicilia, rarissimo; opere dipinte dei Pittori di Dario, o di Baltimora; un magnifico candelabro etrusco. L'operazione si chiama Andromeda, mito ritratto su uno splendido vaso; può portare agli oggetti, illegalmente usciti dall'Italia (si dice 125), che il Miho detiene: «Si apre un nuovo fronte, verso Oriente», spiega il colonnello Raffaele Mancino. «La Razzia non è ancora finita, continua in forme diverse», dice il generale Nistri. Nei discorsi di Proietti e del Procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, allarme per le norme di archeocondono avanzate in Parlamento e le leggi in vigore, «troppo deboli per tutelare il patrimonio»; il sottosegretario Francesco Maria Giro tranquillizza sulle prime («ritirate: la difesa della natura pubblica delle antichità è un impegno»), però tace sulle norme, «anche straordinarie, e indispensabili le intercettazioni», invocate da Capaldo. Lamenta «il degrado del patrimonio culturale», poi se la prende soprattutto con il Comune di Roma. E Horiuchi? Accusato di ricettazione, se la caverà per la buona volontà dimostrata. Daniela Rizzo dice: «Ha restituito perfino uno splendido cratere che non era apparso nella perquisizione»; lei ne ha anche ritrovato una cui dava la caccia da 15 anni, e considerava perduto. Per arrivare al deposito di Horiuchi, dicono i marescialli (bravissimi) che hanno svolto l'operazione, ci sono voluti anni di intelligence, coordinati dell'ex Pm Paolo Ferri. Horiuchi vive a Londra e lavora da Ginevra; tra i documenti dell'ex massimo mercante al mondo, Robin Symes, e quelli di Becchina, salta fuori il nome d'un commercialista; nella sua villa a Basilea, un locale blindato con l'archivio di Horiuchi che porta al caveau di Ginevra; la Svizzera, per i nuovi, fattivi rapporti con l'Italia, blocca tutto e aiuta. Il risultato è nell'arena del Colosseo: nel segno di una grandeur che le opere tornate, e il personaggio, meritano davvero. Al mercante che non deve più rifugiarsi nel panino, rimane un primato: nel 1994, da Sotheby's, ha acquistato l'unico di nove rilievi, scoperti nell'Ottocento da Henri Layard e portati in Inghilterra, che si credeva perduto. Pagato 12 milioni di dollari, ovviamente per conto del Miho Museum. «Chissà quanti altri depositi clandestini esistono oltre le Alpi, non ancora individuati», sospira Nistri che, dopo gli ultimi placet, a settembre andrà a Firenze, a comandare la Regione Toscana. Vedere questi reperti in fila nel Colosseo («che non è solo un luogo di gladiatori come pensano troppi turisti, ma incarna una cultura»), gli vale come un regalo. Il Procuratore Capaldo spiega: «Sono reati transnazionali, spesso legati alla criminalità organizzata, occorrono norme internazionali e intercettazioni per poterli contenere».