E' un trionfo senza vinti il trasferimento dell'Accademia di Brera all'ex caserma di via Mascheroni: parola di Massimiliano Finazzer Flory, assessore alla Cultura a Palazzo Marino dove lunedì sarà firmato il protocollo che lo rende realtà. «Il problema della Grande Brera non è soltanto di avere una Brera più grande, ma una Brera nella quale i diritti dei visitatori e quelli degli studenti possano trovare un accordo nella direzione migliore». Però ce n'è voluto, 35 anni... Perché? «Credo si sia scontato un deficit di dialogo iniziale. Un errore del passato è stato imporre le cose dall'alto. E alle spalle c'erano anni di inerzia a livello locale e nazionale. La Milano del passato era una città soprattutto dell'economia e della finanza. La nuova Milano è una città d'arte». Cose antitetiche? «Tutt'altro. Anzi, faccio un appello, alle imprese e alla finanza, perché diano il loro contributo. Noi stiamo facendo la nostra parte per salvaguardare i simboli, ma ci vogliono i soldi». E parecchi: 54 milioni solo per il progetto di Bellini... «Questo accordo chiarirà un'altra cosa alla quale tengo molto: il futuro di Palazzo Citterio. Di destinarlo alla Pinacoteca si parlava già negli anni Settanta...». L'idea è partire coi lavori nel 2011. «Dietro questo progetto c'è anche un'idea di recupero dell'identità italiana. Credo che l'ansia di arrivare belli ai 150 anni dell'Unità d'Italia, celebrazioni che coinvolgeranno la Pinacoteca accanto al Museo del Risorgimento, abbia contribuito a smuovere le acque. Una volta tanto un anniversario ha facilitato le cose...». Gli artisti dell'Accademia studieranno nelle caserme. «Certo la parola caserma non rimanda automaticamente alla cultura, eppure in tempo di pace può diventare un luogo di contaminazione. Trovo stimolante che gli artisti si formino in una caserma: questo ha il sapore dell'arte contemporanea. Senza contare che una caserma è molto meglio di una polverosa scuola da qualche parte nel territorio milanese...». Insomma chi ha vinto? «Hanno vinto la Pinacoteca e l'Accademia, tutte e due. E non poteva essere altrimenti».