L' acuta riflessione del direttore del «Corriere del Trentino» , attorno ai danni provocati alla cultura dalle imperanti demagogie, chiama a qualche modesto approfondimento, non foss'altro per uscire dalle anguste pareti delle botteghe di sartoria, dove pare essersi confinatoil dibattito culturale in Trentino. Se è vero che la cifra attuale di buona parte delle politiche culturali pare tutta spendersi sul terreno di una supposta «rivincita» della tradizione popolare nei riguardi di un'altrettanto improbabile «cultura alta», forse ciò che manca è un'idea chiara della cultura. Lungi da chi scrive indicarla, rimane però evidente, anche al più distratto osservatore, la tendenza attuale a sacrificare l'attitudine stessa al «pensare», in favore di una più immediata dinamica del «fare», cioè a un sapere volto al mero utilizzo funzionale e contingente. Pur nello sforzo di non demonizzare questo inclinare del mondo alle sole ragioni pratiche, lampante diventa il risultato complessivo e cioè l'assenza, ormai quasi patologica, di pensiero. Non si tratta di fare spicciola filosofia. Quell'assenza è diventata ingombrante e inquietante, se non altro perché testimonia un impoverimento complessivo dello spirito umano; un impoverimento che, fra l'altro, ferisce in modo orizzontale anche i due modelli culturali vagheggiati peraltro con una certa coerenza da quanti vedono la cultura come un mezzo e non un fine. Schützen Dibattito acceso sui finanziamenti culturali L'esempio più evidente è sotto gli occhi di tutti. Con un'operazione, forse poco pianificata, sono stati messi sullo stesso piano i cori, le bande, le filodrammatiche, cioè la cultura popolare e i bersaglieri tirolesi, cioè la cultura della nostalgia, senza considerare la quasi impraticabilità di un simile modo di ragionare. Ho il massimo rispetto per le opinioni di tutti, ma non credo che sia nella confusione più o meno voluta dei piani che si risponde alle domande di senso. Confondendo storie, ruoli e tradizioni, si mescolano i soggetti e le identità culturali in un indistinto magma che ha un unico denominatore comune: l'estetica e la rappresentazione peraltro a fini prevalentemente turistici, come affermato dalle più alte voci istituzionali solo di sé stessi, anziché di una parte della storia di un territorio e di una cultura. Nessuno mette in discussione i valori sociali che queste realtà da sempre rappresentano, né tanto meno l'importanza della loro funzione formativa. Il lavoro svolto da costoro è impagabile e straordinario. Ma è proprio nel rimescolamento di tutto con tutto che viene facilmente in superficie la cosa più leggera e cioè l'assenza del pensiero e la sola urgenza del fare. Con una costanza che stupisce, taluni insistono nel contrapporre le narrazioni e nel ridisegnare la storia «ad usum Delphini». Parimenti ritengono che la «scoperta» di un dualismo culturale, peraltro fino a oggi mai drammaticamente avvertito dal tessuto sociale, sia la connotazione di una politica culturale nuova. Sono idee. Idee come altre. Mi permetterei solo di richiamare la lezione di Platone nel «De Republica» laddove egli sostiene che l'arte e con essa intendendo la cultura che deve informare lo Stato ideale è quella severa che chiama alla virtù, che forgia la moralità e i valori, che disegna l'etica collettiva. Non è cultura «alta» o «bassa». È una cultura che non dà voti di condotta o di appartenenza. Una cultura che non si erge sopra la vita, mache ne accompagna lo scorrere al di là del bene e del male. Una cultura consapevole che il quotidiano, raccontato dentro le righe di Meneghello, non è poi diverso da quello descritto da Tolstoij. Nell'affanno di certificare una cultura piuttosto che l'altra traspare la differenza vera, che è poi quella dello sforzo di pensare, l'unico in grado di marcare la qualità e le sue declinazioni. Ci sono realtà non professionistiche che producono cultura vera, anche in termini di serietà, di impegno, di ricerca e di messa in discussione quindi di qualità, così come ci sono professionisti che, senza vendersi o prostrarsi, producono qualità culturale, perché inducono il pensiero. Allo stesso modo ci sono amatori e professionisti che pur assolvendo funzioni di socializzazione, che comunque non risolvono il tutto non escono dallo stereotipo, dalla chiacchiera atteggiata, dal compiacimento di circostanza, dai saldi di fine stagione e se cambiassero mestiere ho l'impressione che ciò non renderebbe la nostra vita più vuota e amara. Certamente i patrimoni vanno sostenuti, ma non sacrificati sul solo altare del consenso. I risultati potrebbero essere esattamente l'opposto dei «desiderata». Perché, a fronte di scelte non sostenute da un pensiero forte e di prospettiva, si rischia di contrapporre chi ha ricevuto a chi non ha avuto, cadendo in un gorgo che è poi, come spesso accade, solo una triste guerra fra poveri.
L'ASSENZA PATOLOGICA DI UN'IDEA CULTURALE
Il direttore del Corriere del Trentino critica la cultura attuale in Trentino, che sembra essere dominata dalle demagogie e dalle imperanti tradizioni popolari. Secondo lui, la cultura è stata sacrificata al pensiero pratico e funzionale, e manca di pensiero. L'autore sostiene che la cultura popolare e la cultura della nostalgia sono state confuse e mescolate, senza considerare la loro storia e le loro identità. Inoltre, critica la politica culturale che cerca di contrapporre le narrazioni e di ridisegnare la storia, senza considerare la qualità e la serietà della cultura prodotta. L'autore sostiene che la cultura vera è quella che non si limita a essere un mezzo per il consenso, ma che induce il pensiero e la riflessione.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo