Nonostante il vanto di essere uno dei Paci con la più elevata concentrazione di ben culturali al mondo, sono cifre irrisore quelle che a tutt'oggi le istituzioni culturali itali-ne riescono a raccogliere grazie ai diritti di riproduzione e d'uso. Quelle statali, con 583 istituti celebri per la ricchezza e il valore delle propri collezioni, si stima che nel 2000 abbiano raccolto faticosamente la somma di 5 milioni di euro. Un dato sconsolante, considerato che rappresenti il 10 per cento di quanto raccoglie il solo Document Supply Center della British Library, o se rapportato all'andamento del mercato a livello mondiale, passato dai 200 milioni di dollari nel 1996 al miliardo registrato l'anno seguente, da raddoppiare nel 2001. Questo è forse uno di segnali più eclatanti dell'inadeguatezza delle odierne politiche di valorizzazione del patrimonio culturale italiano che si può evincere dal volume "I diritti dei musei. La valorizzazione dei beni culturali nella prospettiva del rights management" di Guido Guerzoni e Silvia Stabile. La ricerca, realizzata per la Fondazione Corriere della Sera e pubblicata da Etas, è una disamina della realtà e delle potenzialità economiche dei diritti d'uso e riproduzione dei diritti dei musei, un'analisi in termini qualitativi, oltre che quantitativi, che mette a fuoco i vari piani della questione. Guerzoni tratta un impietoso scenario politico-normativo e strategico, a partire dalle leggi che in questi ami hanno cercato di introdurre in Italia criteri ti valorizzazione anche economica del patrimonio culturale (merito in particolare della legge Ronchey) ma che hanno purtroppo prodotto una confusa distribuzione delle competenze tra i vai livelli statale e locali, generando infinite e sterili discussioni. Guerzoni estende poi la sua analisi alle scelte che attengono alle singole istituzioni. Stabile inquadra invece il problema dal punto di vista giurisprudenziale italiano e internazionale, illustrando quali siano le fonti, l'oggetto e i contenuti dei diritti dei musei. Nella gestione degli spari, nelle relazioni con gli sponsor, nella scelta di produrre mostre o di acquistarle, nelle alleanze con altre istituzioni, nella gestione e delega dei servizi "aggiuntivi", oltre che nella valorizzazione dei property rights and intellectual property rights si addensano rigidità burocratiche, scelte sbagliate o non compiute, che contrastano dolorosamente con l'approccio diffuso in altri Paesi,di cui vengono citati numerosi casi esemplari. Quello che manca è insomma innanzitutto Una cultura del rights management, che questo libro oltre a denunciarne la carenzacontribuisce a diffondere.