Verona Un'incredibile vicenda che unisce il federalismo demaniale, il sindaco Flavio Tosi e i beni culturali Di che pasta fosse fatto Flavio Tosi, primo cittadino di Verona, lo si era capito una settimana dopo la sua elezione, quando aveva nominato di suo pugno, alla presidenza dell'associazione per gli studi sulla Resistenza, un esponente di Forza Nuova. E se il buongiorno si vede dal mattino, non c'è neppure da stupirsi più di tanto del macello che la sua amministrazione sta facendo del patrimonio museale della città di Romeo e Giulietta. Casomai c'è solo da vergognarsi a vedere che certe svendite di palazzi pubblici a prezzi stracciati, certe collezioni scientifiche di valore mondiale ammassate a marcire negli scantinati, destino più scandalo nei giornali d'oltralpe che nei quotidiani locali. Per non parlare della rassegnazione con la quale la cittadinanza partiti di opposizione compresi accetta la situazione e china il capo di fronte ad un sindaco che sbotta «Meglio fare un parcheggio che conservare quattro sassi» con lo stesso tono con il quale nel Ventennio si argomentava con un bel "Me ne frego" e contorno di manganellate. Cosa che per altro i suoi vigili hanno fatto in più di una occasione contro rom, senza casa e altri disgraziati. Ma andiamo con ordine e cominciamo a vedere quali sono i "quattro sassi" che tanto stanno sulle scatole al sindaco Tosi. Non serve essere archeologi per aver sentito perlomeno accennare ai ritrovamenti di fossili nei monti Lessini dove hanno vissuto sino a 33 mila anni fa gli ultimi uomini di Neanderthal. Istituti di ricerca prestigiosi come il Weizmann Institute di Gerusalemme e il Max Planck Institute di Liepzig, analizzando il Dna di alcuni frammenti di questi fossili hanno dimostrato come i neandertaliani avessero gli occhi azzurri e i capelli rossi (ben diversi da quella sorta di "scimmioni" dipinti in tanti tasti scolastici) e nello stesso tempo hanno escluso ogni parentela con il sapiens moderno, che pure 33 mila anni fa era già diventata la specie dominante. La scoperta si è meritata, tra l'altro, anche la copertina di un numero della celebre rivista Science. Questi sarebbero i "quattro sassi" di Tosi. Ma no è tutto: bisogna aggiungere anche le selci preistoriche scavate nelle cave più antiche d'Europa, i ritrovamenti nel villaggio palafitticolo sul Garda, probabilmente il più conosciuto a livello mondiale, i resti della galea di Lasize, l'unica "nave lunga" (cioè da guerra) veneziana, sino ad ora scoperta, che hanno scritto la storia dell'archeosub e dell'archeologia navale. E ci fermiamo qua, anche se ci sarebbe da ricordare perlomeno i bronzi della necropoli preistorica di Franzine Nuove. Questi "quattro sassi" che non valgono un bel parcheggio, facevano parte del Museo civico di storia naturale di Verona. Museo che da 13 anni non ha neppure un direttore. Tanto per capire il peso che ha la cultura nella città scaligera. Le collezioni sino a poco tempo fa erano ammassate tra palazzo Gobetti e palazzo Pompei, prima in quattro stanze e poi, siccome quattro parevano troppe, in un solo stanzone. Sistemazione indecorosa ma perlomeno sufficiente a salvaguardare i reperti. Ed è qui che entra in scena Flavio Tosi. L'idea di partenza, va detto, non sarebbe neppure malvagia. Ristrutturare il vecchio Arsenale militare e trasferire là i "quattro sassi". Il problema è che il progetto di ristrutturazione l'amministrazione di Verona fa le cose in grande chiesto ad un architetto di fama mondiale, costa una vagonata di milioni. Dove trovare i soldi? Ed è qui che entra in scena il federalismo demaniale. Come dire: quando pensi di aver toccato il fondo, comincia a scavare. L'amministrazione decide di mettere in vendita i gioielli di casa tra cui i palazzi Gobetti e Pompei. Il museo chiude quindi i battenti e i "quattro sassi" vengono impacchettati alla bell'e meglio e spediti a marcire nei sotterranei dell'Arsenale, dove sono tutt'ora e dove resteranno per un pezzo. Con i due palazzi storici, vanno all'asta anche Castel San Pietro, palazzo Forti, l'ex convento di San Domenico. Le banche veronesi ringraziano il loro sindaco. Per le svendite, ma soprattutto per la delibera che le accompagna e che consente agli acquirenti, testuale, "la più ampia possibilità di utilizzo". In pratica, potranno sventrare il palazzo storico per farci un Mc Donald, un outlet di lusso o un'altra casa di Giulietta in stile Disneyland. Ma anche per il prezzo le banche ringraziano. Per far cassa "tutto e subito" nel più puro stile "federalismo demaniale", in sede d'asta i prezzi sono stati abbattuti al limite del regalo. Per palazzo Forti, la Cariverona ha tirato fuori 33 milioni invece dei 65 richiesti. Per palazzo Gobetti, i 10 milioni di partenza sono scesi a poco più di 6. Neanche al mercato delle pulci ti scontano con queste percentuali. Alla fine dell'asta, tirando due conti della serva, Verona non ha messo in cassa neppure un quarto di quei 115 milioni ipotizzati. Beh, qualcuno osserverà, perlomeno sistemeranno parte delle collezioni del museo! Buonanotte. Il sindaco Tosi l'ha già spiegato che preferisce un bel parcheggio di cemento a quei quattro sassi che, tra l'altro si sono già rovinati a stare in una insalubre cantina. Già. Perché le selci preistoriche, per uno strano fenomeno che non ha ancora trovato spiegazione, sono diventate tutte di colore blu. Cosa ne faranno allora dei soldi ricavati con questi affaroni da "3 x 2"? Parcheggi a parte, un milione se ne è già andato in un paio di rotatorie. Un altro milione e 100 mila euro è stato regalato ad una società sportiva che al sindaco Tosi evidentemente rievoca vecchi furori di giovinezza: l'Audace.