L'ottica «regionalista» mina il vecchio (ma solido) sistema di tutela in nome della burocrazia Non si può non ammettere che, sotto il ministero di Giuliano Urbani, l'attività legislativa e normativa in merito ai nostri beni culturali sia stata cospicua: frutto più maturo ed evidente ne è senza dubbio il nuovo "Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio" (Dlgs 22 gennaio 2004, n. 42). Ma non è del nuovo Codice che si vuoi qui parlare, quanto piuttosto di un'altra riforma promossa dal ministro Urbani, quella del nostro Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Dlgs 8 gennaio 2004, n. 3; Dpr 8 giugno 2004, n. 173 contenente il regolamento), che prosegue in qualche modo un cammino già intrapreso dai ministri di centrosinistra Veltroni-Melandri. Si tratta però d'una via assai pericolosa, che conduce verso un progressivo ma sistematico smantellamento del nostro tradizionale sistema di tutela territoriale, fondato fino a questo momento sulle Soprintendenze di settore (ar-cheologiche, architettoniche, arti-stiche e stanche): un sistema che presentava certo malfunziona-menti e rigidità burocratiche, sicuramente perfettibile, ma che era però in grado se fosse stato adeguatamente potenziato, soprattutto a livello di personale con competenze specifiche, e dotato di una maggiore autonomia, soprattutto finanziaria, rispetto al centro di rispondere adeguatamente ai bisogni del territorio, attraverso la fitta maglia degli uffici stabilitisi nella maggior parte dei casi da almeno un centinaio d'anni nei nodi vitali del Paese. Paradossalmente, dunque, se si proseguirà sulla strada intrapresa, ci troveremo nei prossimi anni con un'avanzata legge di tutela cui farà riscontro un sempre maggior "scollamento" delle Soprintendenze dai loro tenitori di competenza: ciò in contrasto cori l'ottica apparentemente "regionalista" e "federalista" con cui è stata approntata la riforma del Ministero, che ha visto come elemento di maggiore novità la creazione delle "Soprintendenze regionali" (già al tempo della Melandri), che ora vengono ulteriormente potenziate dalla riforma Urbani, trasformandosi addirittura in "Direzioni generali regionali". La linea è a mio parere chiarissima: per accontentare i fautori di un malinteso "federalismo" si creano dal nulla le "Soprintendenze regionali", con sede nel capoluogo, uffici di carattere meramente politico-burocratico (sostanzialmente dei "passacarte"), con un fumoso ruolo di coordinamento dell'attività di tutte le Soprintendenze di settore di una determinata regione. La formazione di tali uffici comporta un aumento dei dirigenti (con stipendi cospicui) e, d'altra parte, dovendo contenere le spese, un prelievo di personale tecnico dalle Soprintendenze di settore già attive sul territorio e già di per sé povere di organico (ovviamente nessun nuovo concorso è stato bandito con la creazione dei nuovi uffici), in questo modo, sempre più carenti sotto il profilo delle figure tecniche, le Soprintendenze di settore diventano sempre più "inefficienti" (forse proprio quello che si voleva) e vengono per di più sottoposte a un assurdo pressing "burocratico" : sì, perché infatti ora, per fare un solo esempio, la programmazione economica annuale dei restauri viene inviata prima al Soprintendente regionale, che ha la facoltà di intervenirvi (e, nel caso che questi sia un amministrativo, immaginate un po' con quale competenza e conoscenza delle reali urgenze del territorio!), per poi essere inviata a Roma per la definitiva approvazione. Un doppio passaggio assolutamente inutile, insomma, una macchina che si fa sempre più elefantiaca, invece di snellirsi e acquistare autonomia vera a livello locale: una crescente burocratizzazione che va tutta a discapito di un'operatività concreta, basata sulla profonda conoscenza del territorio e dei beni in esso custoditi. Quale dunque, coerentemente con questo assunto, il passo successivo? Quello a evidenza compiuto con la riforma Urbani, che accresce ulteriormente le mansioni e le competenze delle "Soprintendenze regionali", trasformate in "Direzioni generali regionali", con un Direttore generale il cui stipendio è naturalmente equiparato a quello dei dirigenti centrali. In queste ultime settimane estive il personale dell"amministrazione si chiede con sempre maggiore preoccupazione quale sarà la sorte delle Soprintendenze di settore, perché quest'autunno si attendono delle novità. Accanto a insistenti voci di "soppressioni" o, nella migliore delle ipotesi, di "accorpamenti" tra uffici, quelle che hanno maggiore spazio riguardano il destino della figura stessa del Soprintendente: sembra infatti certo che gli uffici in quanto tali non spariranno (troppe sarebbero le polemiche e troppo il polverone sollevato da una decisione così drastica, soprattutto a livello sindacale), ma a sparire saranno proprio loro, i Soprintendenti come dirigenti, personalità di grande autorevolezza culturale e scientifica, progressivamente sostituiti da funzionali "direttivi" di qualifica inferiore, meno costosi e più docili esecutori delle volontà del Soprintendente regionale. Del resto, come farebbe il Ministero a mantenere, s'intende finanziariamente, una tale pletora di Dirigenti (Direttori generali a Roma, Direttori generali regionali e Soprintendenti di settore)? Dunque, anche se sicuramente in maniera progressiva e non d'un botto, a sparire saranno proprio i Soprintendenti di settore. Quando Giovanni Spadolini creò, il Ministero, nel 1975, molte voci si levarono polemiche, preoccupate dalla "burocratizzazione" e dalla "politicizzazione" cui sarebbe andata incontro la gloriosa "Direzione generale Antichità e Belle Arti", allora associata come struttura tecnica al Ministero della Pubblica istruzione, trasformata in un Ministero autonomo. Il cerchio ora, a trent'anni di distanza, sembra chiudersi, e proprio in questo senso deteriore. Oltretutto, a dispetto delle apparenze, si tratta anche dell'ennesima vittoria di Pirro del federalismo: a fronte della possibilità di disporre, infatti, capillarmente diffusi sul territorio, di uffici di tutela più autonomi, efficienti, capaci di offrire una sponda solida e tecnicamente agguerrita alle amministrazioni locali (comuni e province) e alle Curie (e questi uffici già esistevano, era sufficiente riformarli e potenziarli), si è scelto di creare ex-novo una struttura "centralizzata" a livello regionale, che risponde a criteri meramente politici, senza nessun aggancio concreto con la realtà dei diversi tenitori della Regione. Lo dico con amarezza, con la coscienza di chi con umiltà ed entusiasmo si dedica da diversi anni alla cura assidua di una provincia, ma sembra veramente avviata verso un inglorioso tramonto la stagione dei sopralluoghi sul campo e della conoscenza capillare del territorio, che è poi quella della tutela vera, che sola può produrre risultati di autentica valorizzazione del nostro immenso patrimonio artistico. E intanto, a fronte della crescente burocratizzazione delle strutture operative dell'amministrazione e del generale disinteresse per gli aspetti più propriamente scientifici del lavoro di Soprintendenza, assistiamo impotenti a un pauroso calo dei finanziamenti statali al settore dei beni culturali, poche settimane fa amaramente denunciato dallo stesso ministro Urbani, che mette in pericolo il funzionamento stesso dei nostri musei e azzera quasi del tutto l'attività di restauro e catalogazione, vera e unica ragione d'esistere dei nostri uffici, -mentre le Università sfornano a getto continuo laureati in "beni culturali" destinati a un sicuro futuro di disoccupazione. Soprintendenza P.S.A.D. di Parma e Piacenza