Ha ragione Lea Vergine a lamentarsi del livello delle mostre che vedremo a Milano nella prossima stagione. Il discorso si può estendere facilmente agli altri settori della vita culturale cittadina. In continua diminuzione e già a livello bassissimo i fondi pubblici per le istituzioni teatrali e musicali, povere le manifestazioni pubbliche, scarso il rinnovamento, mediocre la stagione che verrà. Anche il mecenatismo culturale dei privati, una volta alimentato da qualche rivolo delle spese di rappresentanza di stilisti e mobilieri, si è bloccato con la crisi economica. L'intervento sul tessuto della città è invece abbondante, ma regolato in termini pochissimo culturali e molto speculativi. Quale città al mondo farebbe decidere il destino di un enorme spazio come quello della Fiera non a un concorso da cui esca il migliore, ma a un'asta economica fra i selezionati, com'è accaduto alla Fiera, col risultato di un progetto assurdo, che pianta in mezzo alla città tre giocattoli alti duecento metri, di forme insensate e senza rapporto fra loro? Quale città decide che non gli importa delle forme delle case e dunque che coi tetti si può fare quel che si vuole, dalla scatola rotonda da panettone sopra la Scala alle centinaia di sopralzi (pardon, recupero di sottotetti) legalmente e magicamente comparsi dappertutto negli ultimi mesi? Quale città allestisce "spiagge" nelle sue Tutto questo è noto da tempo e anche la causa è stata diagnosticata senza difficoltà: è la privatizzazione dello spazio pubblico, l'idea che il mercato (beninteso quello manipolato dai monopoli televisivi e dai potentati immobiliari) sia la "mano invisibile" che assicura il miglior uso possibile delle risorse, il mondo perfetto, come fa Dio per Candide. E, CONNESSA, l'idea che la cultura sia un trucco della sinistra per egemonizzare tutto, o nella migliore delle ipotesi uno spreco di quattrini: se uno si vuole istruire e divertire può trovare tutto quel che gli serve nello spazio fra "La macchina del tempo" e "Il grande fratello ", magari con qualche puntata in discoteca se ha voglia di vedere gente. Tutto questo, ripeto, ce lo siamo detti da tempo, e ormai l'abbiamo capito. Anche perché, diciamocelo, non viviamo un periodo di grande innovazione culturale: gruppi teatrali e scrittori, musicisti e artisti visivi, perfino filosofi e critici di alto livello scarseggiano a Milano come nel resto d'Italia, e si va avanti per lo più riascoltando vecchie voci, finché durano. Il punto da sottolineare a me pare un altro: l'abitudine generale, una certa passività, persino l'accettazione di questo stato di cose, la mancanza di alternative e opposizione non sporadica. Credo che bisogna fare i conti anche con questo. Oltre alla Cultura alta, con la maiuscola, c'è la cultura quotidiana con la minuscola, quella che studiano gli antropologi e che consiste nei costumi di vita. La privatizzazione dello spazio pubblico si esprime qui col linguaggio delle automobili: parcheggi selvaggi sistematici, semafori rossi spesso violati, una microviolenza diffusa. A me sembra che il silenzio della Cultura formale di questa città sia assai legato al degrado della sua cultura materiale. O, se vogliamo sprecare una parola grossa, della sua etica pubblica.