Zoom sul clan Gianfaldoni, a Casale dall'800 e Rita Calafiore, arrivata sulle orme di Cassola Sul Tirreno una selezione delle interviste filmate e fotografate per il progetto di Cesare Monti Montalbetti CASALE. Sono a Casale dall'Ottocento o ancor prima, almeno cinque generazioni sono tracciate fino ad oggi, due delle quali hanno posato nella foto di famiglia scattata da Cesare Monti Montalbetti per "La memoria del sale". I Gianfaldoni. Tra i 14 ceppi censiti dal laboratorio "Il tempo del sale" e fotografati dall'artista milanese i Gianfaldoni sono il gruppo più numeroso. Quella sera di maggio a teatro erano 49 ma ne mancavano una decina, visto che i parenti sono sparsi nei paesi vicini. A Casale la famiglia è conosciuta per il forno del pane che Adriano ha ereditato dal padre Angiolino, e oggi ha fra i suoi clienti anche Altero Matteoli e Salvatore Settis. «Una volta da ragazzino portavo il pane anche in campagna con il motorino e le ceste - racconta Adriano - e allora servivamo anche Oliviero Toscani, oggi le persone famose che capitano a Casale o abitano nei dintorni mandano il loro personale». Pane per Settis e Matteoli. Adriano, cinquantenne, è nato a cresciuto a Casale. Ora vive in paese ma da bambino abitava con la famiglia alla Camminata e andava a piedi a scuola percorrendo tutti i giorni qualche chilometro. «Casale in questi anni non è cambiata molto - racconta - salvo quei due o tre mesi d'estate in cui vengono i turisti e si vedono tante persone che non si conoscono. Per il resto ci conosciamo tutti, siamo poco più di mille abitanti, e un tempo i rapporti e la solidarietà tra vicini erano anche più stretti». 50 persone per un clic. La famiglia Gianfaldoni difatti per posare davanti all'obiettivo di Monti ha riunito una cinquantina di persone del suo ceppo principale. «Sostanzialmente si sono ritrovate le ultime due generazioni, ci siamo limitati al babbo e al nonno, che però aveva 11 figli, così potete capire che il numero è cresciuto alla svelta», racconta. Adriano ha due fratelli, Daniele che vive a Cecina (proprietario del ristorante Coccolino) e Cinzia, ma è riuscito a risalire indietro ai suoi avi per cinque generazioni, anche facendo ricerche in Comune. «Dicono che noi Gianfaldoni veniamo da Pomarance - continua - il capostipite che arrivò a Casale era il babbo del nonno di mio nonno. Il bisnonno Gustavo aveva cinque fratelli e qualcuno si stabilì a Rosignano, poi molte Gianfaldoni erano donne e seguirono i mariti lasciando il paese, così alla fine ci siamo ritrovati noi delle generazioni più giovani». A riunire il clan è stato la segreteria organizzativa della casa, la moglie Serenella. Rita Calafiore. "I giovani sono ermetici. C'è un'addormentatura collettiva. Dicono che è un fenomeno globale ma non va bene lo stesso!". A parlare con piglio combattivo è Rita Calafiore, 89 anni, fiorentina adottiva di Roma e oggi casalese. Grandi occhi nocciola, sul tavolo del suo piccolo appartamento un quotidiano e l'ultimo libro di José Saramago, niente tv. Un'infanzia nella capitale tra la piazza del Quirinale e il giardino di Palazzo Corsini, poi Orto Botanico, e una carriera di insegnante. Casalese adottiva. Rita ha scelto di vivere a Casale ben due volte. La prima quando si trasferì col marito da Roma nel 1977, appena pensionata. «Salvatore andò in pensione nel 1976, io ci sarei andata l'anno dopo - racconta - in quel periodo ci dicevamo: che faremo, la vita del quartierino? Eravamo sempre andati al cinema, a teatro, dagli amici, ma Roma era invivibile, diventava sempre più difficile spostarsi in auto. Iniziammo a pensare di trasferirci. Leggendo i libri di Cassola mi piacquero questi posti, e decidemmo di provare a cercare qui un pezzo di terra, realizzando il sogno che era di mio padre. Casale ci piacque più degli altri paesi, chiedemmo allo spazzino un terreno da acquistare e ci portò dal proprietario dell'appezzamento che entro l'anno sarebbe diventato nostro. Pagammo 6 milioni di lire per 6.000 metri quadrati, dopo 4 mesi c'erano già le fondamenta della casa, a maggio del 1977 diventammo cittadini di Casale». Sulle orme di Cassola. All'inizio non fu facile abituarsi alla realtà di paese, assai diversa da quella della capitale. «Certo mi mancavano i salotti - dice - ma pian piano abbiamo imparato a conoscere le persone ritrovando una forma di coralità che è il maggior pregio della vita di paese. Qui la gente si ferma a parlare, ti offre conforto e sostegno morale. La vita di città disumanizza. Ci si dà solo il buongiorno per le scale, nei palazzi i vicini si incontrano due volte l'anno». I ricordi corrono ai 50 anni vissuti a Roma, dove è arrivata quando c'erano le carrozze e poche auto, assistendo alla costruzione dell'Eur con i marmi di Carrara trasportati sul Tevere, passando gli anni del regime e la guerra. Marmo e ricordi. Qui ha incontrato il marito catanese, aspettando il treno alla stazione di Palestrina dove entrambi si trovavano per lavoro. Un vita passata insieme scegliendo di non avere figli. A Casale hanno vissuto nella grande villa rosa fino al 2003, quando Salvatore scompare. Dopo un anno Rita decide che non può occuparsi da sola della casa e del terreno. A ottobre del 2005 vende, a dicembre mette tutti i suoi beni in un container e parte per il Venezuela. Qui risiedono le due nipoti, figlie della sorella che si era sposata un costruttore locale, scomparsa nel 2002. «Kaloa ora abita a Miami, è un ingegnere e vive in un residence dove si entra solo con la scheda magnetica. Amalhoa vive a Puerto Ordaz nella villa di famiglia, con muri alti tre metri. La città è vicina alla zona amazzonica, che è selvaggia e bellissima, ma per uscire di casa serve sempre l'auto o il taxi, sembra di stare in città». Rita resiste pochi mesi. «A marzo sono tornata a Casale. Avevo una nostalgia struggente di questo posto! - racconta - i colli, il polmone verde dei boschi. Tempo fa passeggiando mi è balzato davanti un capriolo, giorni or sono ho visto una cinghialotta coi suoi cuccioli entrare in un corso d'acqua. Io amo la libertà, qui apri il cancello e puoi uscire, sei nella natura e tra le persone».