"Qui l'inesorabile cemento armato della speculazione si distrasse un momento dalla sua marcia devastante, scordandosi poi chissà perché di tornare a finire l'opera: così è rimasto il luogo-non luogo d'una campagna rinselvatichita." Con queste parole A. Ricci descrive la valle dell'Arcionello. E proprio il rapporto fra rimozione e memoria sembra essere la vocazione di questo cuneo di verde che dalle pendici del monte della Palanzana arriva a lambire la cerchia delle mura medioevali della città. Doveva essere un luogo molto diverso da oggi quando fra il XIII ed il XV secolo la produzione del lino e della canapa poneva la città all'attenzione di tutta Italia per la qualità dei suoi prodotti; era qui che si concentravano molti orti, irrigati dalle acque dell'Urcionio. E seguendo il corso del fiume che tagliava in due tutto il centro urbano si sbuca in quella piana termale del Bulicame di dantesca memoria, dove la produzione di cordame da canapa è continuata fino alla metà del secolo scorso. Pochi ricordi si trovano ancora a Viterbo di questo passato. Poco. In parte resta la vocazione agricola che oggi come allora caratterizza una parte di città; cambiate completamente le coltivazioni (né la proibita canapa, né l'antieconomico lino) e allontanati di molto dalle porte odierne della città i luoghi di produzione. Minor memoria è rimasta di un'attività industriale, oggi malinconicamente assente. L'acqua che ha scavato questa valle è stata sempre fonte di energia. Un punteggiare continuo di ruderi rimaneggiati mille volte lo testimonia ancora: cascatelle artificiali, arconi che sorreggono deviazioni di flusso, una torretta semisepolta da un recente sterro di riporto. Era tutto un fiorire di mulini. Nel 1600 anche una cartiera inizia la sua attività; durerà fino ai primi anni del '900. Tutto invisibile dalla strada ma esplorabile a patto di armarsi di scarpe buone e buona lena e sfidare il luogo comune che vuole il buio della forra regno incontrastato di sorci ed immondizie. E se ad un certo punto la spinta dell'acqua si può essere affievolita, o forse affievolito l'interesse economico che attorno ad essa ruotava, lo zampillo è rispuntato altrove, più a monte, dove la gola si fa più stretta e prende il nome di Fosso Luparo. Là nacque la prima centrale dell'acqua, una cittadella di pietra oggi abbandonata, Machu Picchu nostrana, proprio dove nelle parole del Consiglio Comunale di inizio secolo "pullulano due sorgenti di acqua limpida del complessivo volume di litri 10 al secondo". Sorgenti oggi inaridite e visibili a qualche biker più spericolato e ad un segreto afflusso di ventenni in cerca delle emozioni date dallo scalare le brevi ma ripidissime tagliate di roccia che quei dieci litri hanno, nei millenni, scavato. F antasmatiche figure che è possibile incontrare nei weekend fra sentieri non segnalati, con un materasso per attutire le cadute legato in spalla: bouldering. Infine la pietra. Pietra peperina per l'esattezza. Grigia e compatta, di origine lavica come tutto qua attorno. Di cui son fatte le mura, il Palazzo Papale, le fontane e che rende i colori così diversi dai gialli, rossi, ocra di tant'altre città etrusche. Pietra morbida, facile da tagliare sempre che facile vi possa sembrare sedere su di uno sgabello con una gamba sola ed in equilibrio, armati di mazza e scalpello e avanzare passo passo. Ancora oggi all'interno della valle restano visibilissime pareti all'apparenza lisce ma solcate da un disegno a lisca di pesce che le riga tutte e dice da dove son venuti i blocchi che hanno costruito fisicamente la città. Chi lasciò quei segni, cavatori anarchici e repubblicani, non doveva mancare di coraggio se pose un mazzo di rossi papaveri sulla pietra, dopo l'omicidio Matteotti. La cava Anselmi, in uso fino a pochi anni fa, segna il passaggio fra la valle degli orti e quella di Fosso Luparo. E' il torrente che lega da cima a fondo la valle. Poi succede che il mito del progresso irrompa nella Storia. Di un filo esile d'acqua sempre più intorbidito dagli scarichi di una città che ancora non ha fogne la modernità non sa che farsene. Taglia in due l'area entro le mura, scavalcato dall'ardito Ponte Tremoli, inumidisce, puzza. Va bonificato senza indugi. Alla fine degli anni Venti il Fascismo vincente decide di sostituire tutto questo con una moderna arteria stradale che copra questa vergogna e che culmini in una piazza che celebrerà la bellezza naturale del tramonto e quella virile del Partito. Ironia di una sorte maligna la piazza verrà completata con un enorme riporto di terra costituito dalle macerie di una città pesantemente segnata dai bombardamenti del '44. Nascosto alla vista degli occhi il torrente, si finisce per nasconderlo anche alla coscienza ed alla memoria. La città nel dopoguerra sembra fare il possibile per rimuovere le sue radici. Crescono gli abitanti, crescono le case e sembra di risentire le parole di A. Cederna "Quarant'anni di fallimenti urbanistici dominati dall'equivoco crescita-progresso, da un radicato disprezzo del territorio, hanno fatto dell'Italia il paese degli sprechi inverecondi". Nello sviluppo confuso che ne segue la valle dell'Arcionello resta, come detto, miracolosamente dimenticata. Abbandonata. Un giorno più recente, però, la natura selvatica cambia nome: degrado. Qualche amministratore nota uno squarcio nelle mappe, un triangolo dismesso. Nasce il "Programma Integrato di Intervento" della valle dell'Arcionello. E continuando nell'equivoco si sceglie di recuperare quest'angolo di mondo pianificandoci un parcheggio, una strada di traffico veloce, quattro rotatorie e, motore dell'iniziativa, palazzine per 1500 abitanti, fin dentro il cuore della cava di pietra. Vale qui ricordare le parole dell'urbanista Vezio de Lucia : "Più case si fanno, più ce ne vogliono". Pur in stasi demografica l'unico moltiplicatore di sviluppo sembra essere ancora l'edilizia. L'iter del progetto non è però così semplice. Dopo un decennio di tentennamenti, quando sembra ormai in dirittura d'arrivo, cozza, è storia dell'anno scorso, contro un sussulto di coscienza ambientalista nella città. Un coordinamento spontaneo di associazioni presenta delle osservazioni che obbligano l'Amministrazionea fermarsi. Tanti cittadini, guidati dallo scrittore Antonello Ricci, scendono fisicamente nella valle a riscoprire il valore storico e ambientale dell'area . Anche i bambini accorrono per scalare una delle cascate nascoste fra gli alberi e giocano a rincorrere un mostro che evoca Er Monnezza: supereroe dei rifiuti abbandonati. Le voci della coscienza della città arrivano sulle pagine dei giornali: lo storico Cortonesi a ricordare l'antica ricchezza ortiva della valle, l'architetto Simonetta Valtieri che dell'area dice "non è una zona degradata, è un paesaggio culturale" (in cui rientra la skyline delle mediocri palazzine anni '60, formidabile memento di una stagione che sembrava conclusa), l'ex-rettore dell'Orientale di Napoli, Nullo Minissi si chiede se una città con tale passato "voglia oggi sfigurarsi per un affarismo di corte vedute", docenti e tecnici della Facoltà di Agraria parlano "della particolari caratteristiche ambientali che quest'area ha incredibilmente mantenuto". Il Coordinamento elabora un progetto di Parco che mette assieme fattorie sperimentali, orti urbani, museo del lavoro contadino, delle cave di pietra e delle acque . Prepara anche un disegno di legge regionale per vincolare l'area a verde, firmata da tutti i capigruppo del centro sinistra. Tutto ignorato. Il Sindaco, snobbate le domande sui giornali e incurante della proposta di legge, replica di essere fermamente intenzionato a fare non uno ma due parchi. A condizione di poter realizzare il progetto di edilizia. Continua a coltivare l'equivoco: parco o giardino pubblico? Luogo d'identità collettiva o meta di passeggiate con il cane negli spazi residui fra i palazzi? L'Amministrazione non chiarisce. In un gioco di specchi inatteso, da vari angoli della città si alzano gruppi di persone a segnalare che qua si vuol far passare una strada di scorrimento fra gli orti e le case, là si vuol sostituire un ex opificio, in area destinata a verde pubblico dal PRG, con un edificio di 100 alloggi e 15 negozi. A chi ha animato la protesta dell'Arcionello molti si rivolgono con la stessa richiesta: aiutateci a riscoprire e raccontare anche la storia del nostro quartiere. L'ultimo incontro in un'altra valle dal nome suggestivo, valle del Paradosso; prima di diventare strada d'accesso ad un parcheggio si è permessa il lusso di ascoltare la recitazione di brani di Borges e Calvino, scrittori che questo nome avrebbero sicuramente amato. L'appuntamento elettorale blocca tutto. Ora le elezioni hanno riconfermato il sindaco uscente di AN, fermamente deciso a portare a termine il recupero. I motori delle ruspe sembrano pronti ad accendersi. Esemplare, in proposito, la sorte della cartiera. Rimane esclusa dall'intervento, singolare ansa nel perimetro del progetto, anche se a pochi metri da una delle cascate più belle, ben visibile la deviazione che la riforniva d'acqua. Seppur ridotta a rudere non doveva essere del tutto atterrata se nel PRG del '79 i suoi resti erano definiti "di notevole interesse". Ma anche qui si vuole costruire e i proprietari chiedono di sostituirla con una palazzina di quattro piani, parlando di un edificio "completamente demolito in tutte le sue parti". Altro è apparso a chi nella valle dell'Arcionello è sceso: una torretta alta due piani che sbuca da un riporto di terra recente. Un esposto nel novembre 2003 ha permesso di bloccare il rilascio della concessione ma non di sapere quando e come questa terra abbia sommerso i resti della cartiera. A Maggio, nel silenzio delle istituzioni, la concessione è stata rilasciata. Il giorno dopo le elezioni compariva il cartello di inizio lavori. Sette appartamenti in una strettoia focale che di fatto interromperanno la continuità del parco. Ci si può chiedere se sia rimasto qualcosa in città di questa straordinaria mobilitazione. Forse resterà qualcosa nella memoria dei bambini che ricorderanno, adulti, di aver giocato in una valle che non c'è più e scenderà una nuova amnesia la cui durata non possiamo prevedere. Forse prevarrà la voglia di sapere, conoscersi. Difficile a dirsi. Questa storia per ora non può che chiudersi con le parole di un viterbese famoso, il sindaco di Roma Luigi Petroselli che davanti ai Fori Imperiali ricordava: "Noi rischiamo di perdere in dieci, vent'anni quello che non si è riusciti a perdere per secoli".