È vero, Roma è un laboratorio di contraddizioni. Mentre si lancia in ardite realizzazioni architettoniche ed artistiche, assiste alla decadenza del suo immenso patrimonio storico-culturale testimoniando quasi l'impotenza di cui è prigioniera. La diagnosi del New York Times è impietosa al riguardo, ma tutt'altro che campata in aria. La Capitale soffre della sua stessa complessità: si propone come avanzata città dove innestare nuove forme espressive (l'Auditorium del Parco della Musica, il Mani, il Macro, perfino la discutibile Nuvola di Fuksas e tante altre opere), ma non sa cogliere la ricchezza ereditata dal passato. Talvolta ha provato ad avvolgere qualche icona del suo retaggio storico nel guscio dello sperimentalismo architettonico: il risultato è stato francamente disastroso. Lo scempio dell'Ara Pacis ne è la dimostrazione più evidente. Certo, da un Paese dove è allocato, secondo l'Unesco, il 70 del patrimonio culturale mondiale e che sulla cultura investe soltanto lo 0,21 delle risorse statali, non si può pretendere di più. E l'autorevole quotidiano statunitense lo sa bene. Occorrerebbe spendere meglio il poco che si dà e magari, aggirare gli ostacoli finanziari delegando qualcosa all'amministrazione comunale di Roma per la gestione dell'immensa riserva storico-culturale della quale è impossibilitata ad occuparsi. In una legge che prevede attribuzioni specifiche a Roma capitale ci si attende che sia anche qualcosa del genere, invece nulla vi si trova e niente in tal senso è stato proposto. Sarebbe il caso di ripensare il rapporto che tradizione e modernità debbono avere in una città come Roma, unica al mondo proprio per la propensione a non vivere nel passato, ma a proiettarlo nell'avvenire. Le realizzazioni e le sistemazioni urbanistiche degli anni Trenta, compresa l'E42, cioè il quartiere dell'Eur, sono state improntate a questo sentimento del tempo che segna la Capitale come una sorta di metafisica della memoria che s'invera nelle trasformazioni della contemporaneità. La specificità romana impone, dunque, anche un ripensamento del suo sviluppo. Una città di circa quattro milioni di abitanti, non può continuare a vivere come se ne avesse la metà, con tutti i problemi che la dilatazione degli spazi comporta. Occorre una nuova progettualità che dia risalto alle soggettività emergenti, soprattutto nelle periferie, che proietti le intuizioni delle archistar in un contesto urbanistico per quanto effervescente, non degradato, faccia rivivere la memoria e la tradizione delle molte città che formano Roma, stratificatesi nel corso dei secoli, ed il tutto venga proposto, se ci si permette, come la somma di una originalità (e magari genialità) italiana che testimoni le ragioni del suo protagonismo nel mondo e l'affetto nei confronto si un passato che non deve in alcun modo passare, per quanto lo stato della Domus Aurea, del Colosseo, del Foro facciano pensare il contrario. Vorremmo che il New York Times tra qualche anno possa scrivere di Roma quello che poco più di duecento anni fa scriveva Goethe, proveniente da Napoli percorrendo l'Appia, la via dei Cesari, ed incontrando sotto il cielo luminoso che incantava Turner una vitalità neppure paragonabile a quella che animava le altre capitali della vecchia Europa. Ma perché questo accada non basta un sindaco, una giunta e neppure dei generosi imprenditori! C'è bisogno di uno Stato. Se c'è (e noi forse, distratti, non ce ne siamo accorti) che batta un colpo.
Il New York Times e la capitale delle complessità. Diamo al Comune la gestione delle aree archeologiche
Il New York Times ha criticato Roma per la sua incapacità di gestire il suo patrimonio storico-culturale. La città soffre di contraddizioni tra la sua ricchezza ereditata e la sua incapacità di innovare. La diagnosi del quotidiano statunitense è impietosa, ma non campata in aria. La città ha provato a avvolgere icone del suo retaggio storico nel guscio dello sperimentalismo architettonico, con risultati disastrosi. L'autorevole quotidiano lo sa bene e propone di spendere meglio il poco che si dà e di delegare la gestione dell'immensa riserva storico-culturale alla città. La legge che prevede attribuzioni specifiche a Roma capitale non ha previsto nulla in tal senso.
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