Il New York Times ha colto nel segno. O, ancora meglio: offre un corretto resoconto di come si percepisce nel mondo (New York! New York!) la Roma dei nostri giorni. Da una parte il Maxxi e il Macro, due operazioni parallele (e straordinariamente coraggiose) sulla via del contemporaneo. Dall'altra un'antichità, un retaggio culturale che si sbriciolano, E non siamo alla metafora, come dimostra ci che è accaduto al Colosseo (una piccola porzione di intonaco caduta a terra) e alla Domus Aurea (un cedimento, sempre del soffitto di una galleria). L'autore parla chiaro: "Una nazione la cui identità e sopravvivenza fiscale dipendono (dalla cultura) - scrive Michael Kimmelman - ci dedica oggi lo 0,21 del suo bilancio statale (e la percentuale diminuita), il che rappresenta circa un quinto di quanto la Francia consacra a teatro, cinema, mostre, musica e musei. Per non parlare della manutenzione delle migliaia di siti storici per i quali non esiste ancora un piano globale di conservazione». Tutti ripetono che servono lungimiranza e progettualità, sottolinea il quotidiano statunitense, ma sono solo chiacchiere. E la città resta in bilico tra passato e futuro. Il sindaco Gianni Alemanno gli ha replicato ricordando che «tutte le aree metropolitane, compresa New York, hanno grandi problemi di manutenzione anche quando non hanno grandissimi reperti archeologici e storici come Roma». E ha ricordato il piano generale di restauro che interesserà presto il Colosseo e la sua area archeologica. Fin qui i dati della polemica. Alemanno ha fatto bene a replicare senza stizza ma con un dato. Ma resta il problema di fondo, cioè la percezione di una Capitale che è veramente in bilico tra futuro e passato. Maxxi e Macro rappresentano una scommessa grandiosa: trasformare Roma anche in una grande Capitale dell'arte contemporanea. E per ora, visti i primi risultati conseguiti dal Maxxi, le cose non potrebbero andare meglio: 74 mila visitatori in un mese. In autunno si vedrà col Macro, ma è facile immaginare un effetto parallelo, il vero punto è la tutela del passato, quella politica della tutela di manutenzione quotidiana, cioè di prevenzione dei disastri. Era il pallino di Cesare Brandi e di Giovanni Urbani, due grandi teorici del restauro. Recentemente Roberto Cecchi, neo-segretario generale del ministero, ha riproposto questa urgenza. Per evitare che la Roma antica veramente si sbricioli, non serve un allarme continuo ma più semplicemente una vigilanza attenta, amorevole, coscienziosa. Che è esercizio culturalmente (e amministrativamente) ben più complesso di un facile grido di allarme.