Caro direttore, se il suo collega Gian Antonio Stella, per il quale nutro profonda stima, avesse potuto venire di persona a vedere l'ex Arsenale, si sarebbe reso conto che le cosiddette «selci blu» non «marciscono» (come si legge sul Corriere della Sera del 6 giugno) in una «cantina» ma nei saloni al pian terreno (messi a norma dal Comune con una spesa di 790.618 euro) di quella che fu, fino al 2006, la Palazzina Comando dell'Esercito Italiano, i cui militari «blu» non risulta siano mai diventati. Sarei comunque lieto di accompagnare Lei o il suo collega Gian Antonio Stella a visitare l'edificio, per constatare come né le selci, né altri reperti archeologici, stiano marcendo o siano coperti di muffa: come ha rilevato anche il Soprintendente per i Beni Archeologici del Veneto Vincenzo Tiné, che ci ha chiesto di potervi conservare in futuro ulteriori collezioni di proprietà statale. E magari potrei farvi vedere i 6.231 pezzi battuti in un'asta a Monaco di Baviera per un valore di 107 milioni di euro (di cui si parla nell'articolo) perché i carabinieri che li hanno sequestrati al collezionista nella capitale bavarese, dopo averli rimpatriati li hanno affidati a noi per la custodia: evidentemente non ci ritengono inaffidabili! Vorrei precisare alcune cose: tutti i materiali di cui stiamo parlando non sono mai stati visibili, nelle sedi museali in cui erano custoditi, al pubblico, ma solo agli studiosi: come avviene adesso. Inoltre non è vero che al Museo di Storia Naturale sia mancato il direttore dal 1997; da quella data, fino al recente pensionamento, dopo regolare concorso, è stata la dottoressa Alessandra Aspes, archeologa esperta e di riconosciuta competenza. Per risolvere il «mistero delle selci blu», un'apposita Commissione mista Comune-Soprintendenza sta cercando di capire la causa del loro cambiamento di colore, senza escludere nessuna ipotesi. Quanto alle alienazioni degli immobili non sono state certo una svendita! Fra le inesattezze, mi preme rettificarne almeno due: Palazzo Forti è stato ceduto alla Fondazione Cariverona con l'obbligo di continuare ad ospitare gratuitamente per venti anni la Galleria d'Arte Moderna del Comune e di rispettare l'attuale destinazione museale. Se avessimo voluto solo far cassa avremmo cambiato la destinazione d'uso raddoppiandone il valore: ecco il motivo per cui dai 65 milioni di euro si è scesi ai 33. Il palazzetto del Bar Borsa non è stato messo in vendita per 6,5 milioni ma posto all'asta al prezzo base di 3.080.000,00 euro e aggiudicato per 5.110.000,00: dunque nessun «clamoroso ribasso d'asta». Non voglio pensare che le imprecisioni contenute nell'articolo siano intenzionali (sarebbe stato meglio comunque sentire anche la «nostra campana»), ma nemmeno voglio sfuggire al vero problema: la tutela e valorizzazione del nostro patrimonio storico, artistico e culturale, per il quale i Comuni non hanno risorse sufficienti e per il quale lo Stato non assicura i fondi necessari. Per gli Enti locali l'unico obbligo di legge è quello di assicurare il funzionamento dei loro musei esistenti, mentre la valorizzazione degli stessi è materia concorrente fra Stato e Regioni. Le difficoltà che stanno vivendo l'economia internazionale e il nostro Paese pongono gravi problemi ai sindaci. Assicurare il funzionamento ottimale dei servizi che sono obbligatoriamente dovuti ai cittadini o privilegiare cose importanti come il nostro patrimonio storico, artistico e culturale? Evidentemente vengono prima le esigenze fondamentali dei cittadini (servizi per famiglie, anziani, persone disagiate, strade, scuole, asili) rispetto a spese che possono dare prestigio ma che, in questa situazione, vengono dopo. Anche chi, come noi e chi ci ha preceduto a Verona, non ha sprecato il pubblico denaro, deve ricorrere ad alienazioni di immobili per i quali, spesso, non esistono risorse per mantenerli adeguatamente o arrestare il loro degrado già in atto.