Il sovrintendente: "Vengo da una guerra e ho già lelmetto, i conti mi preoccupano" «VENGO da una guerra e ho già lelmetto» ironizza - nemmeno poi tanto - Giovanni Pacor, neosovrintendente del Carlo Felice. Certo, dietro le colonne del Barabino non ci sono i cortei violenti di Atene dalla cui Opera Pacor proviene; «ma lì i soldi non ci sono più ed è chiaro che non si può più spendere per i teatri. Qui, però, i problemi sono molti: io voglio capire la vera situazione del Teatro perché vi assicuro che, per esperienza, è molto difficile sviscerare i numeri. Vediamo fra due o tre mesi per verificare leffettivo stato di salute o di malattia del Teatro e capire come risolverlo. Mi preoccupano di più le scadenze dei pagamenti immediati da fare tra una settimana che quelle della stagione che comincia a gennaio». Ma lelmetto non dovrà metterlo solo nei confronti dei libri contabili, per quanto la situazione, come conferma il sindaco Marta Vincenzi, sia più o meno drammatica con 15 milioni di deficit «di cui quattro accumulati nei due anni di commissariamento». Ora tocca agli analisti di Deloitte stabilire, entro fine luglio, congruità di conti, contratti e bilanci. Perché, aggiunge la Vincenzi, «bisogna ribadire che questo teatro o cambia profondamente oppure rischia di morire. Non si può temporeggiare, né sopravvivere. Questa consapevolezza spero sarà condivisa anche dalle maestranze». Vero che a Pacor piacciono le sfide, come lui dichiara, ma qui non avrà da annoiarsi. Anche perché resta tutto da vedere quali saranno i rapporti futuri tra Teatro, Comune e ministero, dopo il doppio no dei consiglieri Sergio Maifredi e Mario Menini alla doppia nomina di Pacor e del direttore di staff, Renzo Fossati, supermanager di provenienza Erg, con cui governerà il Carlo Felice. Una nota molto critica di Maifredi manda su tutte le furie la Vincenzi, che ricorda la necessità di non fare esternazioni, e di lavorare come un corpo unico, senza mettere di mezzo la politica. Resta il fatto che Maifredi scrive tutto il suo disappunto per «loccasione mancata» di non aver scelto Antonio Calbi, il candidato da lui proposto, e esprime dubbi sulla legittimità di nominare un direttore di staff (quindi un general manager) contestualmente al sovrintendente; e insomma, adombrando lipotesi che si tratti di un Sovrintendente dimezzato. «Ma proprio per niente», fa lui serafico, e si capisce che ad Atene, dove il cda è cambiato seguendo i vari rovesci della politica, lo scontro è stato totale con tutte le componenti, anche sindacali. Ma altro non poteva essere. Parla chiaro, Pacor. Ma dimostra di conoscere il mestiere, come dice lui, quando spiega che non si farà dettare i contratti dalle Agenzie che seguono musicisti e cantanti: «Se mi serve un tenore, voglio quello, non un tenore e due carciofi. Se no mi rivolgo ad altri». Non nasconde che dietro ai palcoscenici cè un mondo fatto anche di pressioni e minacce, ribadisce che quello che si dee fare è tagliare i costi e valorizzare le professionalità, allinterno dellOpera genovese in primo luogo. E se mancano alcuni giorni per avere il nome del direttore artistico ("ma qualche idea ce lho»), ecco già il nome di Fabio Luisi «un genovese amatissimo ovunque, uno dei migliori direttori al mondo», come direttore principale, e con un contratto quadriennale. Difficile pensare a una compagnia stabile, sì invece a un vero e proprio vivaio, un "Opera studio", utilizzando giovani talenti formati da eccellenti cantanti in pensione: «grandi occasioni per loro, e costi ridottissimi». Tutto questo per fare cosa, al Carlo Felice? «io non ho limiti - dice Pacor - Per me la musica è musica. Se unopera la si fa con la chitarra e la batteria, per me funziona lo stesso, basta che sia una cosa fatta professionalmente e che piaccia al pubblico. Bisogna valutare cosa funziona meglio. Per esempio, allOpera di Vienna si fanno anche sfilate, ricevimenti, si presentano nuove auto». La programmazione è urgente, bisogna lavorarci subito; ma «per risparmiare, lopera ci da un grande vantaggio perché si può ripetere, a inizio e fine stagione, cambiando gli artisti e la scenografia». Uneconomia di guerra per un Carlo Felice che di guerriglia ne ha vista fin troppa. Renzo Fossati, dal canto suo, conferma di voler fare "molto arrosto e poco fumo", con lidea precisa che non ci si possono più concedere lussi, ma che limpegno di tutti sarà apprezzato, promosso, incentivato. Parere attendista ma positivo dalla Cgil («Vorremmo al più presto un confronto serio» avvertono Maria Pia Scandolo e Ivano Bosco). Nessun commento ufficiale dagli autonomi dello Snater. Però, come dice Roberto Conti, «non sta a noi scegliere gli interlocutori, anche se i lavoratori avevano espresso un parere favorevole su nomi stimati come quelli di Ernani ed Escobar indicati da Garrone...».