A un certo punto, Stéphane Lissner sè reso conto che erano troppi. E ha deciso di dividere il fronte compatto degli avversari. Da una settimana, cioè dalla serata dello strappo con i sindacati, gli alleati del sovrintendente scaligero erano ancor più smagriti: aveva dalla sua parte solo gli spettatori che hanno approfittato della decisione di rimborsare il costo del biglietto, "regalandosi" il parziale Faust. Prendendo posizione a fianco dei sindacati, quindi a difesa costi quel che costi, del buon nome e dei bilanci scaligeri, ha evitato il definitivo accerchiamento. Ma la sua posizione è delicata, anzi paradossale: è lunico sovrintendente italiano isolato politicamente se non operativamente (ma cè differenza?). Lunico che si deve confrontare con un presidente e un vicepresidente della Fondazione sodali del ministro "nemico" e del presidente del Consiglio di cui il ministro è portavoce, il vicepresidente consigliere di fiducia, e il presidente candidato sindaco. Finora Lissner sera barcamenato: regalando sorrisi a destra e a manca, alternando ottimismo e incredulità, tollerando che attorno a lui crescesse il partito degli scontenti e la sensazione che la prudenza istituzionale fosse in parte frutto di irresolutezza personale. Rompere laccerchiamento, mentre su molti blog e socialnetwork si chiedevano addirittura le sue dimissioni, era anche una mossa inevitabile. Non lultima, comè stato minacciato, ma obbligata. Per far capire a tutti che tattiche e ricatti non hanno più spazio: né al Ministero né in Scala. Come si disse in tempi non sospetti, la (finora) virtuosa Scala non è esente dai pericoli. Lenorme perdita al botteghino delle ultime settimane allarma come la rivolta del pubblico che una settimana fa ha contestato gli stessi lavoratori che poco tempo fa applaudiva. E le ulteriori decurtazioni del Fus non potranno essere controbilanciate allinfinito dai privati, se non verranno riconosciuti altri spazi di manovra al cda, alla direzione amministrativa e del personale. Così come lesito artistico in senso stretto della stagione rischia di scomparire di fronte allimmagine dun teatro che pare un po troppo assoggettato allautolesionistico puntiglio sindacale. Motivazioni e preoccupazioni dei dipendenti sono sacrosante, ma diventano ostiche da comunicare quando mettono a repentaglio o rendono irriconoscibile il buon nome e la qualità del lavoro artistico che pretendono di difendere. Questo deve avere pensato il sovrintendente Lissner prima di rompere gli indugi. Avrebbe però dovuto parlarne anche col direttore artistico Lissner: almeno a evitare, in una settimana già torrida, il caso-Spinosi cioè la protesta nata nei confronti del direttore di Barbiere di Siviglia, e la sua sostituzione in corsa. Jean-Christophe Spinosi non è un ragazzino né un musicista dal quale ci si poteva attendere qualcosa di diverso da quel che ha fatto finora: perché nessuno lha spiegato agli strumentisti e ai cantanti, e ci sono volute settimane per capire che il "sereno e costruttivo rapporto di lavoro" era impossibile? Simili errori inquietano. La Scala di oggi non può permetterseli se vuole riconquistare, dopo i sindacati, altre solidarietà e rendere meno coriaceo il fronte dei 'nemici e degli scettici che in questi mesi sè riarmato.