IL CASO. L'assessore alla Cultura, in sopralluogo all'Arsenale, replica alle accuse di incuria Perbellini: «I reperti conservati in modo ottimale». Ma a chiarire il mistero sono stati chiamati i carabinieri del nucleo scientifico Reperti archeologici accatastati ad ammuffire in scantinati semidiroccati? «Falsità che offendono prima di tutto chi lavora alla conservazione di un patrimonio di enorme valore». L'assessore alla Cultura Erminia Perbellini replica piccata alle accuse piovute dal maggiore quotidiano italiano. E nel pomeriggio, a sorpresa, apre le porte a giornalisti e fotografi dei locali dell'ex palazzina comando dell'Arsenale, dove sono depositati centinaia di migliaia di resti. «Non mi arrabbio quasi mai, ma di fronte a certe affermazioni non posso non indignarmi» esclama l'assessore. Sulla sua scrivania è aperto a pagina 23 il Corriere della Sera, con un articolo di fuoco, a firma Gian Antonio Stella, iniziato in prima pagina. Il titolo non lascia spazio a dubbi: «La preistoria finita in magazzino». Vi si descrive un «panorama indecoroso». Una situazione, a detta del quotidiano milanese, nata dalla vendita e successivo sgombero dei palazzi storici, Castel San Pietro e palazzo Gobetti in cui gli antichi reperti erano conservati. «Un panorama indecoroso. Che insulta», scrive Stella, «la ricchezza del nostro patrimonio e ci espone al sarcasmo di tutti quei musei del mondo che farebbero pazzie per avere una fetta di questa nostra torta lasciata andare a male». Il riferimento è alle centinaia di selci che misteriosamente hanno assunto un colore bluastro dopo il trasloco. Un vero e proprio giallo. Tanto che Comune e Soprintendenza, dopo aver messo all'opera i laboratori delle università di Trento e Firenze, hanno deciso di rivolgersi ai carabinieri del nucleo di tutela del patrimonio culturale, che potranno avvalersi delle sofisticate attrezzature del Ris di Parma. «Il fatto più curioso», osserva Nicoletta Martinelli, tecnico della sezione preistoria del Museo di storia naturale, «è la rapidità del fenomeno, visto che nel giugno del 2009 non presentavano alcuna anomalia. Ci risulta che sia il primo caso al mondo e la cosa è tanto più strana in quanto le selci sono il tipo di reperti che danno meno preoccupazioni... siamo davanti ad un inedito problema di conservazione che diventerà oggetto di interesse scientifico». L'assessore allarga le braccia. «Perché ci siamo rivolti ai carabinieri? In questi casi non bisogna scartare nessuna ipotesi». Neppure che il danneggiamento sia stato intenzionale, quindi. Le analisi di laboratorio hanno trovato tracce di idrocarburi. Ma le stanze in cui sono conservati i reperti sono protette da sistemi di allarme i cui codici di accesso sono in possesso solo dei responsabili del museo. Angelo Brugnoli, responsabile dei servizi del Museo di storia naturale, mostra le tre grandi stanze al piano terra dedicate alla preistoria, alla geologia e paleontologia e alla zoologia. I locali con i materiali biologici sono climatizzati per mantenere costante la temperatura. I pezzi sono collocati in scaffali, armadi e speciali contenitori ermeticamente chiusi, attrezzature costate circa 100mila euro. Al piano superiore, dove si trovano anche gli uffici, il tecnico responsabile della sezione botanica Francesco Di Carlo mostra le teche contenenti 260mila campioni. «Il primo erbario per importanza in Italia a livello di musei civici», sottolinea. Per eliminare parassiti e larve che li distruggerebbero in poco tempo, a rotazione i vegetali vengono messi in freezer a meno 40 gradi. Allo stesso piano ci sono anche le collezioni preistoriche risalenti a ritrovamenti degli ultimi decenni. C'è anche uno scheletro recuperato nella necropoli di Franzine Nuove, dell'Età del bronzo. «Tutto materiale già elencato e catalogato che con il trasloco abbiamo sottoposto a verifica e revisione» fa sapere Nicoletta Martinelli. «Il materiale ora esposto al palazzo Pompei è di un migliaio di pezzi, solo una minima parte dei circa 2,5 milioni, insetti compresi, che possediamo e che sono a disposizione degli studiosi» spiega Brugnoli. Molti scaffali sono vuoti. «Alla faccia di chi parla di materiali accatastati», si scalda l'assessore Perbellini, «come vedete qui ci sono spazi ancora disponibili, perché vogliamo diventare attrattori di nuove collezioni». Va bene, ma se il Comune è intenzionato a vendere anche lo storico Palazzo Pompei, dove sarà trasferito il museo? L'assessore non si sbilancia, ma l'ipotesi Arsenale, che ora ospita il deposito, sembra per ora accantonato. Per il restauro dell'edificio servirebbero almeno 80 milioni di euro e questi sono tempi di vacche magre. «È da almeno 35 anni che si dice che l'attuale sede si trova in una posizione infelice, servirebbe un'area comoda per i pullman, magari con la possibilità di costruire un acquario e un planetario, la palazzina dell'Arsenale la vedo più adatta ad un ampliamento degli spazi del museo di Castelvecchio, un'idea potrebbe essere il nuovo Polo culturale della Fondazione Cariverona degli ex Magazzini generali. È un'potesi, ma l'unica cosa certa è che non intendiamo smantellare un bel niente, checché se ne dica...». RIPRODUZIONE RISERVATA Foto:
VERONA Nel giallo delle selci blu ora entra anche il Ris
L'assessore alla Cultura Erminia Perbellini replica alle accuse di incuria riguardo al trasferimento dei reperti archeologici all'Arsenale. I reperti sono stati conservati in modo ottimale e sono stati sottoposti a analisi scientifiche. Le selci preistoriche hanno assunto un colore bluastro dopo il trasloco, ma le analisi hanno trovato tracce di idrocarburi. Il Comune ha deciso di rivolgersi ai carabinieri del nucleo scientifico per chiarire il mistero. L'assessore ha aperto le porte al pubblico per mostrare i reperti e ha affermato che non si intende smantellare il museo.
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