La Francia lo ha inserito tra i più grandi dellAcadémie. Uno dei tanti titoli sui quali lui tende a sfumare Direttore storico dellEgizio, ha contribuito al salvataggio dei templi nubiani Il suo mecenate era Pininfarina: "Gli presentai i rendiconti alla lira Non li guardò mai" Quando lo elogiano lui minimizza: "Non mi sono mai reso conto di aver fatto tanto" Larcheologo Silvio Curto, uno dei più noti egittologi a livello internazionale, ha leleganza discreta e la sobria modestia dei piemontardi dantan, quelli di cui ormai si è perso lo stampo. Lelenco dei riconoscimenti ottenuti in Italia e allestero è impressionante. Basti dire che la Francia lo ha inserito nel ristretto novero degli "immortali" dellAcadémie francaise. Un titolo che porta con disinvoltura, la stessa con la quale sfoggia i suoi abiti, sempre vestiti in modo impeccabile, e la cravatta regimental con il logo dellUniversità di Torino presso la quale ha insegnato per un quarto di secolo. Nella sua vita il braidese Silvio Curto, classe 1919, ha conseguito risultati di grande importanza, dalla valorizzazione del Museo Egizio di Torino di cui è stato storico direttore al contributo per il salvataggio dei templi nubiani in Egitto. Eppure ogni volta che è invitato a parlare della sua operosa vita tende a sfumare, quasi a schermirsi. Recentemente, dopo che un oratore aveva illustrato le sue benemerenze professionali, il professore ha glissato con un definitivo: «Non mi sono mai reso conto di aver fatto tanto». E tanto ha fatto davvero, in primo luogo per il "suo" Museo Egizio nel quale entrò, quasi casualmente, come avventizio nel 1946, appena tornato dalla prigionia di guerra trascorsa negli Usa. Erano anni di ristrettezze economiche, tanto che quando gli fu rubata la bicicletta Curto poté comprarne unaltra solo coi proventi riconosciutigli dalleditore Frassinelli per la traduzione di tre romanzi dallinglese. Ma erano anche anni dineguagliata dedizione e attaccamento al lavoro, con il culto e lorgoglio del mestiere fatto bene che coinvolgeva tutto il personale, "la famiglia" come Curto definisce i lavoratori dellEgizio. Magari alcuni avevano anche eccessi burberi, ma erano tutti molto generosi. «Un giorno - ricorda Curto - un visitatore deplorò, a ragione peraltro, la bruttezza di una statuetta rappresentante una divinità. Il guardiano, che visse il commento quasi come un affronto personale, gli si avvicinò a grandi falcate e, puntatogli lindice accusatore addosso, lo apostrofò: "Perché lei crede di essere bello?"». Negli anni di Curto, il Museo si aprì alluniverso dei semplici appassionati, e alcuni di questi si entusiasmarono così tanto alla storia dellEgitto da diventare dei veri esperti. È il caso ad esempio dellarchitetto Celeste Rinaldi e dellex ufficiale dellesercito Vito Maragioglio, tanto bravi da essere loro, non cattedratici, i veri sodali di Curto nellimpresa nubiana. Questa si svolse nei primi anni Sessanta quando il governo egiziano, avendo deciso la costruzione di unenorme diga che avrebbe sommerso parte dellampia regione della Nubia con le sue vestigia millenarie, chiese agli egittologi di tutto il mondo di intervenire per mettere in salvo quanto meritava di essere preservato. Curto fu in prima fila. Con lui Rinaldi e Maragioglio. Privi di finanziamento pubblico i tre poterono condurre le loro campagne in Nubia solo grazie a un mecenate, Battista Pininfarina, fondatore dellomonima fabbrica. «Gli presentai sempre i rendiconti alla lira - ricorda Curto - ma Pininfarina ogni volta vi poggiava una mano sopra senza nemmeno leggerli: "Non dubito siano precisi". Non li controllò mai». Il presidente di allora dellEgitto, Gamal Abdel Nasser, volle ricompensare la missione italiana guidata da Curto donando il piccolo ma significativo tempio di Ellesija e «autorizzandone il trasporto in Italia - precisa il professore - purché ci accollassimo le spese». Legittologo non stava più nella pelle e già pensava a come sistemare tale struttura nel Museo torinese. Tale entusiasmo fu presto smorzato da un problema che, se insoluto, avrebbe pregiudicato lintera operazione: il governo italiano non aveva il denaro per "smontare" e trasportare in patria il tempio. «Il tempo passava senza che si intravedesse via duscita - racconta Curto - e si avvicinava sempre più il momento in cui, era il settembre 1965, le paratie della diga sarebbero state chiuse e lacqua avrebbe sommerso tutto». Lempasse fu superata grazie a una decisione, tanto generosa da sconfinare nella temerarietà, assunta dallallora sindaco di Torino, il professore Giuseppe Grosso. Egli riuscì a ottenere dallamministrazione comunale che guidava i trenta milioni necessari per limpresa. «Ma per farlo - ricorda Curto con ammirata gratitudine - Grosso dovette dare come garanzia la sua abitazione». Altri tempi. Arrivato infine a Torino si pose un altro problema: come assemblare i blocchi irregolari e di pietra tenera in cui era stato sezionato il tempio di Ellesija? Le ditte edili interpellate dichiararono la loro incapacità. Salvifico fu lintervento di una ditta veneta che, con laiuto di provetti muratori di Aramengo (At) che il professor Curto individua come "laristocrazia" edile, seppe ricostruire la struttura. Questi sono solo alcuni degli episodi di una vita piena che, dal dopoguerra in poi, si è per larghi tratti sovrapposta, fin quasi a coincidere, con la storia dellegittologia italiana. Una storia che rivive oggi nelle pagine biografiche Silvio Curto. Una vita fra i faraoni (Ananke edizioni) e, ancora più e meglio, nel racconto in presa diretta del professore che una cosa tiene a precisare con affettuosa solerzia: «Nulla di quello che ho fatto, tanto o poco che sia, sarebbe stato possibile senza mia moglie, Anna Maria Mazzolini, che mi ha consentito di dedicarmi a una passione, legittologia, che nata per caso tanti e tanti anni fa ha dato senso alla mia vita». storiedipiemonteslowfood.it
Larcheologo Silvio Curto, classe 1919 ha leleganza discreta e la sobria modestia dei piemontardi dantan
La Francia ha inserito Silvio Curto tra i più grandi egittologi dellAcadémie. Ha contribuito al salvataggio dei templi nubiani e ha lavorato come direttore storico dellEgizio. Il suo mecenate era Pininfarina, che non ha controllato i rendiconti. Curto ha lavorato per il Museo Egizio di Torino e ha contribuito al trasporto del tempio di Ellesija in Italia. La sua vita è stata caratterizzata da una grande dedizione e attaccamento al lavoro. Ha incontrato problemi, come il trasporto del tempio, ma ha trovato soluzioni grazie a persone come il sindaco di Torino, Giuseppe Grosso. La sua vita è stata segnata da una grande passione per lEgitto e da una dedizione senza eguali.
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