Restauratori stesi per terra in sacchi neri da immondizia mentre i loro diplomi venivano calpestati: questa la singolare protesta davanti alle porte della Soprintendenza di un centinaio di centinaio di restauratori provenienti da tutta Italia contro i vincoli imposti dalla normativa sul restauro regolamentata da un decreto ministeriale lo scorso anno. «Sulla questione ha detto il vicesindaco di Firenze Dario Nardella siamo pronti a un confronto con il governo». Piazza Pitti diventa la «discarica» della professionalità. Oltre un centinaio di restauratori da tutta Italia, ieri, hanno voluto dare una rappresentazione didascalica della loro condizione, dopo i vincoli imposti dalla normativa sul restauro. Uno striscione su Ponte Vecchio («Restauratori di cultura per decreto spazzatura»), due ali di persone stese per terra in sacchi neri da immondizia: al centro, come una triste passerella di fronte alle porte della soprintendenza ai Beni artistici, i loro diplomi calpestati da chi andava e veniva dagli uffici, tra gli applausi sarcastici dei contestatori. Con Cna, Cgil e Confartigianato, anche il comitato «La ragione del restauro», tutti insieme per protestare contro le modalità e i contenuti di un riordino del settore avviato nel 2001 e regolamentato da un decreto ministeriale lo scorso anno. Solo le proroghe che ne rinviano il bando, salvano, fino ad oggi, molti lavoratori. La norma, che introduce i criteri di qualificazione degli operatori del settore, secondo gli addetti del settore «non riconosce pienamente le esperienze formative e lavorative ad oggi maturate anche presso Istituzioni pubbliche e per lo stesso Ministero per i beni e le attività culturali si legge in una nota del comitato persino i dipendenti pubblici non vengono riconosciuti, se provenienti da percorsi formativi differenti da quelli dei soli tre istituti statali». Serviva una regolamentazione del settore, spiega la fiorentina Silvia Lippi, 41 anni, ma le regole fissate oggi sono, a suo parere, romanocentriche: «A Roma vengono formati restauratori che possono fare un po' tutto: dagli affreschi, alla ceramica, ai dipinti. Chi esce dall'Icr (l'istituto ministeriale di restauro, ndr), ha una qualifica generale. Invece in altre scuole la qualifica è molto più settoriale» racconta. Al fianco dei lavoratori di un settore che, solo in Toscana, occupa 5.000 addetti, anche le istituzioni: «Sulla questione ha detto il vicesindaco di Firenze Dario Nardella abbiamo già avuto un confronto con il governo, siamo pronti a riaprirlo, non possiamo lasciare così com'è questa situazione, le conseguenze sarebbero gravissime». Il rischio, secondo la consigliera provinciale del Pd Sara Biagiotti è quello dell'oligopolio «quasi una casta di restauratori che gestiscono il patrimonio artistico italiano. C'è il margine da parte degli enti locali per intervenire. Invoco l'attenzione trasversale dei parlamentari toscani che ben sanno quale importanza abbiano le nostra botteghe di restauro, quelle grandi, ma soprattutto quelle piccole».
FIRENZE - Il destino dei restauratori
Ieri, davanti alla Soprintendenza di Firenze, un centinaio di restauratori provenienti da tutta Italia hanno protestato contro i vincoli imposti dalla normativa sul restauro. I restauratori hanno tenuto una protesta didascalica, con uno striscione su Ponte Vecchio e due ali di persone stese per terra in sacchi neri da immondizia, con i loro diplomi calpestati. La protesta è stata organizzata con Cna, Cgil e Confartigianato, e si è rivolta contro le modalità e i contenuti di un riordino del settore avviato nel 2001 e regolamentato da un decreto ministeriale lo scorso anno.
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