30-AGO-2004 RinasciteIl boom di Noto dopo il terremoto del '90 e il crollo del Duomo nel '96. Oggi quasi completamente restaurato Noto - DA lontano ti accoglie un paesaggio che sembra congelato nel tempo. In primo piano la scostante cornice della Noto moderna: quei due sgangherati grattacieli anni 60 che continuano a sfidare il buon senso e la fitta fila di casermoni informi, finestre d'alluminio, intonaci plastificati. Più su lo sfavillio dorato, le saeome imponenti e bizzarre della città settecentesca. E tra i bagliori di miele di quel fascinoso giardino di pietra, gioiello del barocco siciliano, i colli da dinosauro di due gru puntati a indicare i resti smozzicati della cupola del duomo, che svetta sui tetti come un dente cariato. Le stesse desolanti immagini del marzo '96, quando, minata dal terremoto di 3 anni prima e da vizi d'origine, che nessuno si era preoccupato di sanare, mezza chiesa si afflosciò, inghiottendo nel vortice di macerie anche uno spicchio della sferica vetta. Già, lo scandalo di quel moncherino, che tv e giornali di tutto il mondo immortalarono come specchio di una Sicilia vischio-sa e imprevidente, incapace di salvaguardare i suoi stessi tesori. Figurarsi se sarebbe mai stata in grado di ridar vita a quel tempio crollato. Profezia fortunatamente sbagliata. Quel restauro, partito tra polemiche, veleni con due anni di ritardo, che in tanti annunciavano infinito, è ormai vicino al traguardo: poco più di 14 mesi, al più tardi per il gennaio del 2006. E non è solo una data scritta sulle gab-bie che avvolgono la facciata di S. Niccolo, camuffate da un telone con su riprodotte a grandezza naturale le armoniose architetture del prospetto. O una promessa garantita dalla penale imposta alla ditta romana che si è aggiudicata i lavori. Basta varcare la porta del cantiere, e non lasciarsi impressionare dalla foresta di ponteggi che ancora occupa tutto l'interno, per misurare lo stato d'avanzamento dei lavori. Ecco, completamente rifatto, lo scheletro di sostegno della navata di destra, quella da cui partì il cedimento. «La chiave della sciagura - spiega l'architetto Salvatore Tringali, 44 anni, uno dei due progettisti del restauro, nato in un paesino a 20 km da qui - l'abbiamo scoperta esaminando i rèsti dei pilastri. Giganti con piedi d'argilla. Dentro li avevano inzeppati con sassi di fiume, lacune senza amalgama e senza connessioni. A poco a poco si sono sfarinati e gonfiati, fino a quando uno ha ceduto. A quel punto, a completare il disastro, anche il tetto che, come negli anni 50, era stato sostituito con una rigida e pesante risolatura di cemento è venuto giù e come un ariete si è abbattuto sili pilastro della cupola trinciandolo di netto. Errori che non commetteremo più. No, niente più cemento armato. A rafforzare i pilastri solo un intreccio di pietre connesse e saldate al millimetro. E a coprire le navate una ragnatela di centine in legno. come si faceva all'epoca, con risultati sicuramente più belli e più stabili anche in caso di terremoto. Tecniche che abbiamo dovuto ricostruire con uno studio laboriosissimo, perché non esistono diari o documenti sui cantieri della Noto barocca. Ma che ora rappresentano un ancoraggio e un modello prezioso per tutti gli altri restauri qui in Val di Noto. Ormai non ci restano che completamenti e rifiniture. E poi ritirar su senza alchimie d'alta tecnologia la cupola e la lanterna del duomo, ripristinandole decorazioni di pietra che un tempo l'abbellivano. Ricami di scalpellini di cui si era perso il segreto, e che qui in questo laboratorio molti artigiani del posto hanno riappreso a modellare, ritrovando il gusto di plasmare la pietra che ha segnato la storia di questo paese. D'accordo, a conti fatti ci vorranno dieci anni per la ricostruzione. Troppi, pochi? Sicuramente non è un record. Ma è importante per Noto che questo cantiere di restauro ora sia citato ad esempio da tutti gli addetti ai lavori, in Italia e fuori. E questo per il Sud, la Sicilia migliore è motivo d'orgoglio». «Sì, ce l'abbiamo fatta. Tra breve Noto riavrà il suo duomo e io la casa madre della mia Diocesi - annuncia felice mon-signor Giuseppe Malandrino, il vescovo insediato due anni dopo il crollo, sognando la riapertura del tempio. Sicuramente per la Pasqua del 2006, magari, chissà, addirittura a Natale del prossimo anno -. Ed è stata anche una grande conquista di fede, perché questa sciagura ha riacceso l'attenzione, la solidarietà, la voglia di riscatto del popolo di Noto. E senza questa molla staremmo ancora a piangere sulle macerie». Già, la sciagura che si trasforma in miracolo, in atto della provvidenza. Ora qui cominciano a dirlo apertamente in tanti. Perché Noto sta cavalcando un'onda di euforia e di risveglio davvero impensabile. E la svolta è venuta proprio da due disgrazie. Prima il terremoto del 90, poi il crollo del duomo del '96. Colpi bassi che , potevano segnare l'atto di morte di questo paesone di 24 mila abitanti in agonia: venti per cento di disoccupati, la vita culturale in letargo, il centro deserto dopo le nove di sera, le fastose dimore barocche fatiscenti e pericolanti, i turisti che sfilavano in fretta guide alla mano e poi fuggivano spaventati e delusi. E invece... E invece ecco la Noto inattesa che ti si spalanca davanti in queste notti d'agosto. La prima sorpresa sono i monumenti illuminati: Molti già restaurati. Tutti senza più transenne. Che spettacolo la luce che ritaglia i ricami tortuosi delle chiese di S. Domenico, S. Carlo, Montevergine, inventati dalla favolosa generazione di architetti e artigiani che nel Settecento parteciparano alla ricostruzione su un altro colle del paese distrutto dal tremendo terremoto del 1696. Che meraviglia l'apparizione sotto i riflettori delle sirene e dei mostri che impreziosiscono la facciata e i balconi di palazzo Nicolaci, evocando la scalata di un'umile famiglia che raggiunse l'empireo della nobiltà con i soldi del commercio del tonno. La seconda sorpresa è la movi-da che si snoda lungo il Corso e nelle stradine che vi si immettono. La gente che passeggia, i bar aperti fino alle ore piccole. C'è persino un caffè delle arti, appena inaugurato, dove i ragazzi che prima' emigravano a rimorchiar straniere sul lido, sfogliano libri, discutono animatamente, davanti a Una granita o a un cannolo. Una mostra di artisti locali all'aperto, Ogni sera un happening a sorpresa, nella rampa dove ogni maggio si celebra L'Infiorata, che da due anni è stata portata in trasferta anche negli Usa. Una serie di botteghe di artigianato e prodotti tipici, enoteche, che hanno preso il posto di polverosi e sforniti empori. E poi il moltiplicarsi di ristoranti, ritrovi, pub. Una fioritura di pensioni e alber-ghetti, oltre settanta in un paio d'anni, dove prima c'era un unico albergo cadente. Imprese gestite da giovani, che si sono scrollati di dosso pigrizia e rassegnazione. «Una ribellione scattata proprio dalla rabbia per il crollo annunciato del duomo», nota Mario Zuppar-do, animatore della ripresa artistica di Noto. La terza sorpresa sono le cifre del turismo: «Trenta per cento in più rispetto all'ultimo anno, in controtendenza rispetto alla regione che soffre di un vistoso calo», sorride l'assessore Roberto Figura, raccontando gli sforzi compiuti per attirare visitatori di qualità. Citando altri segnali di boom: le case del centro vecchio che vanno a ruba, i viticoltori del Nord che comprano terra nella valle per impiantarci vigneti doc. « Due i momenti cruciali di questa ripresa - tira le somme il sindaco Michele Accardo -. L'inserimento di Noto tra i tesori dell'umanità da parte dell'Unesco, sigillato nel 2002, che ci ha imposto all'attenzione del mondo. E l'arrivo della pioggia dei fondi, quasi 100 miliardi di vecchie lire, della legge per il terremoto, che ha rimesso in moto l'economia. Ma anch'io penso che la vera sferzata sia venuta dalla sciagura di 8 anni fa».
Il Messaggero
30 Agosto 2004
LA RINASCITA DI NOTO: Due disgrazie fanno un miracolo
DA
Danilo Maestosi
Il Messaggero
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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