Un quartierino di basse casette, multiformi e variopinte. Metà in pineta, metà sull'arenile. Sorse da un pugno di baracche fra i giorni dell'Impero e quelli dello sfollamento - Marina di Grosseto, la parte povera al di là del Canale, si chiama (e si scrive) proprio così. Cosa resta di quell'agglomerato sociale trent'anni dopo? Partivamo il sedici di agosto. La luce delle sette di mattina pioveva giù dalle mura medioevali sul centro spopolato di Viterbo. La Cinquecento, stracolma di bagagli, ciambelle e asciugamani, le mille cianfrusaglie d'una vacanza al mare, il laccio del solito bikini dell'ultimo momento che, dalla bocca del cofano, salutava tutti ticchettando sul parabrezza. Manico e ombrellone (un tema a girasoli scolorito) piazzati di traverso sugli sportelli a vento, a sigillare viaggio ed equipaggio. Veleggiavamo sulla piana etrusca. A Tuscania, chissà perché, sentivo già aria marina. E per colline di stoppie rotolavamo a Montalto, imboccavamo l'Aurelia. Una sosta sola, una piazzola oltre il Chiarone, in terra granducale, mio padre fumava, il motore riposava. Pochi minuti al fresco sotto quei radi pini, poi tutta una tirata fino a Grosseto: lì le Quattro Strade, il sottopasso ferroviario, il bivio per il mare. Al termine della torrida provinciale, stretta tra l'emissario dell'Ombrone e i mille canali persi verso il padule della Trappola, ci accoglieva il crepitìo luminoso della pineta lorenese, le sue infaticabili cicale. Il ponte militare sul Canale, in legno e ferro, quello dell'alluvione. Curva subito a destra, lungo il molo, poi a sinistra: la casetta in via Petrarca. I bomboloni del Millenovecentosessantotto: non li fanno più così buoni. Marina di Grosseto, dunque: la vacanza che potevamo permetterci con lo stipendio di mio padre. Mezza stagione, affitti in calo. C'era l'incognita di qualche temporale. Ma che importava? Era il nostro boom, quasi in orario con la nuova Italia piccolo-borghese. Per capirci, però, occorre ch'io spieghi com'era Marina dall'altra parte del Canale. Si potrebbe scrivere una storia d'Italia sub specie balneare. La cittadina vera e propria, infatti, s'era borghesemente sviluppata di qua dal ponte nel corso degli anni Trenta. Ma con la Ricostruzione anche le classi meno abbienti reclamarono il proprio diritto alla villeggiatura. E di là dalla gora vennero dati in affitto piccoli lotti dell'arenile demaniale su cui la Grosseto popolare prese a tirar su baracche di legno e lamiera; le baracche divennero presto casette in muratura, le verande stanze, i cortili verande, i liberi spiazzi cortili; con una proliferazione di edilizia spontanea che rese la zona un dedalo di vicoli e di corti, di panni stesi e tavolate rumorose, meritando al quartiere l'ingiurio nome di Sciangai. Senza saperlo, era a Sciangai che venivamo al mare. Alla metà degli anni Settanta le nostre vacanze grossetane finirono. Sono tornato a Marina da qualche estate. Nei languidi minuti del mezzo toscano dopo cena, in veranda, ritrovo ogni sera via Petrarca: il suo asfalto smangiato e scolorito, la segnaletica bizzarra (che pare fuori centro), le file di cassonetti d'immondizia, i radi cespi d'eucalipto smagrito. Via Petrarca: quella cert'aria (a cert'ore) d'Africa in minore. Penso al grossetano Bianciardi, allora, che proprio nel Sessantotto scorazzava nell'Africa del nord per scrivere il suo Viaggio in Barberia: riportandone, fra tanto altro, l'impressione che Tripoli, di notte - una fila di casette intervallate da qualche stenta pianta e qualche mucchio di terra - somigliasse un poco a Marina. Quella mezza riga: di là dal fossino è ancora così... A questo punto, sento i ricordi tornare, mostrare il proprio posto (così, più o meno, scriverebbe Handke). E altre maremme: quando il cinque settembre (passata la Machina di Santa Rosa, passata ogni cosa: dice il proverbio) lasciavamo di nuovo Viterbo (la lasciavamo «in posa»: più bella e viva che nel resto dell'anno). Battevamo di nuovo rotta occidua, stavolta lungo la Verentana, per la materna Ischia di Castro, dove zie nonne cugine più grandi erano grembi di tufo ancora a colloquio coi nostri morti etruschi. Le mie vacanze si prolungavano così fino ai primi d'ottobre. Ricordo una mattina molto presto, sveglio nella mia branda in cucina, c'era una luce strana: nell'altra stanza il corpo quietamente composto di mia nonna, le candele accese agli angoli del letto. Ritorno a «Sciangai» Su a Grosseto, la Marina a sinistra del ponte tutti la chiamano Sciangai. Con nomignolo che molto sa di passioni esotiche e cinema americano: Follonica, Livorno, infinite altre città del Tirreno hanno avuto (e magari hanno ancora) le loro Sciangai e Coree, dall'altra parte della gora che le taglia in due. Ma anche nel Lazio: certe baracche alla foce del fosso Tafone, nei pressi della Centrale di Montalto di Castro, vennero spazzate via dall'inondazione del 1987. Sciangai, dunque. Già Cassola, sul finire degli anni Quaranta, ne aveva descritto e stigmatizzato il tumultuoso sviluppo edilizio, orfano d'ogni piano regolatore. Mio padre invece, spedito «in missione» proprio a redigerne la mappa catastale, l'aveva scoperta dieci anni dopo. Subito se n'era innamorato. E c'eravamo venuti in vacanza. O meglio: c'erano venuti loro. Nell'estate del 1961 io ci sarei quasi nato. (E ancora ci torno. Perché ci vivo scalzo. Sempre. Mutande e canottiera. E può succedermi, quando rientro in casa, di scavalcare un davanzale di finestra). Sciangai: un quartierino di basse casette, multiformi e variopinte. Metà in pineta, metà sull'arenile. Abusivismo fatto estetica. Quintessenza dell'indulgente vocazione italiota al condono. Sorse infatti da un pugno di baracche accroccate alla meglio fra i giorni dell'Impero e quelli dello sfollamento. Poi, con la Ricostruzione, la dignità testarda degli uomini in canottiera, degli architetti-contadini, avrebbe innalzato quelle baracche a urbanità di case. Erano forti come tori. Rivendicavano il superfluo. Ma quella stirpe, infine, dové sentirsi stanca. Invecchiò. Rincoglionì. S'estinse. E vennero i figli, i figli dei figli. Gli eredi, i nuovi proprietari. Che non ne vollero più sapere. Scordarono. Scambiarono per orgoglio popolare un decoro tutto piccolo-borghese. Tanto che oggi qualcuno dei vecchi (da cui t'aspetteresti parole diverse) chiede a gran voce un bagno come cristo comanda, e un piano in più - su nuove fondamenta - perché ci vuole stare anche d'inverno, senza battere i denti. O consumare troppa legna. Sotto sotto, però, aleggia il veleno dell'avidità: alzare il prezzo degli affitti estivi. E con la scusa del porticciolo turistico e dell'urgenza igienica, una dopo l'altra scattano le licenze di trasformazione. Cosicché, al posto di questa stravagante bidonville piena di vita, avremo presto vialetti ben lastricati, eleganti muriccioli, cancelli automatici, citofoni, solenni portoni in massello, schiere di villette «fortificate» in condomìni. Un centro commerciale invece di quella fatiscente trattoria. Passeggiate iperboliche come californie. Un lindo, rispettabile quartierino, insomma. Senza identità. Uguale qui come altrove. Come ovunque. Giorno dopo giorno, fila dopo fila, l'impietosa benna del dio-consumo sta cancellando Sciangai. Quel che fummo. E non vogliamo più. Tempo fa raccontavo queste cose in una serata di letteratura al Gabbiano Azzurro, sul lungomare della Marina-bene. Davanti a un pubblico di localisti saltati fuori da qualche pagina de Il Lavoro Culturale. Applausi, sorrisi, strette di mano, complimenti vivissimi, lucciconi. Tutti d'accordo, ovviamente. A parte i se e i ma. Mentre le benne continuano a scavare. A nettare e redimere. E presto di Sciangai non resterà neanche il ricordo. Mio padre veniva in spiaggia in canottiera. Carlo Cassola, I localisti, in «Il Mondo», Roma, V, 6 (208), 7 febbraio 1953, p. 12 - ora ripubblicato in Velio Abati (a c. di), La nascita dei Minatori della Maremma. Il carteggio Bianciardi-Cassola-Laterza e altri scritti, Giunti, Firenze 1998, pp. 171-2 (in part. p. 171).