Al centro dell'omonima valle, fu costruita a metà del Cinquecento come residenza di campagna di papa Giulio III UN'OPERA PERFETTA Sopra, un antico disegno raffigurante il portico. A sinistra, t'aspetto attuale della tacciata della ville con l'ingresso al Museo Nazionale d'Arte Etrusca Villa Giulia sorge nel piazzale omonimo della Valle Giulia. È uno dei tre complessi che costituivano la grandiosa villa che Giovarmi Ciocchi del Monte, papa con il nome di Giulio III, si fece costruire tra il 1551 e il 1553, come residenza di campagna, al di là del Tevere, dove arrivava in barca e amava passare allegramente un giorno di riposo alla settimana. Un complesso era costituito da quello che faceva capo all'edificio ancora esistente sulla via Flaminia e trasformato da Pio IV, indicato come "vigna vecchia", attuale sede dell' ambasciata italiana presso la Santa Sede, e che si estendeva fino al complesso di quel a che divenne la villa Poniatowski. Un altro era a fronte, chiamato "vigna del porto", perché arrivava alla riva del fiume, esteso fino all'attuale ministero della Marina: ed è scomparso. Questo è l'edifìcio principale, attuale sede del Museo Nazionale d'Arte Etrusca, eretto secondo un disegno tracciato dallo stesso papa, corretto da Michelangelo e ampliato dal Vignola e dall'Ammannati. II palazzo, a due piani, si presenta all'esterno notevolmente spoglio, appena ravvivato dalle grandi finestre a bugnato del primo piano e da quelle più piccole del secondo. È l'avancorpo di un blocco parallelepiedo limitato da pilastri angolari, con uno splendido portale tra due colono doriche bugnate e due nicchie laterali che formano il basamento della loggia e delle nicchie del piano nobile inquadrate da lesene corinzie. Dal portone si passa nell'atrio e quindi nel portico a emiciclo sostenuto da otto colonne ioniche di granito, con un arco nel mezzo; la volta dell'emiciclo: è affrescata da un percolato interrotto da tondi e riquadri dai quali si affacciano dei putti. Lungo le pareti, scomparti in stile pompeiano. Dall'emiciclo si apre il piazzale, scandito sui due lati da sei colonne ioniche che delimitano cinque archi ciechi. Chiude il piazzale sul fondo una bellissima loggia con quattro colonne ioniche. A l di là di questa si passa in un secondo cortile, tra due cordonate semicircolari che conducono al ninfeo: è uno scenografico complesso, costituito da grotte, scale, passaggi e quattro cariatidi che sostengono un balconcino, con la fontana dell'Acqua Vergine in basso. Un'opera perfetta, nella cornice della valle, anche se il suo splendore durò ben poco. Una volta morto il fratello ed erede di Giulio III, Baldovino del Monte, Paolo IV nel 1557 ne rivendicò la proprietà alla Santa Sede, il che significò la decadenza e lo smembramento della villa. Dalla "vigna vecchia", concessa da Pio IV ai nipoti Borromeo come residenza, all'utilizzazione saltuaria dell'edifìcio principale come accoglienza per sovrani e personalità in attesa di fare il loro ingresso in Roma; in sostanza la villa fu abbandonata perlopiù a se stessa, fino al crollo nell'Ottocento, quando venne adibita a magazzino, alloggiamento e ospedale militare. Il suo riscatto si ebbe nel 1889, proprio quando diventò sede museale. Che è, oltretutto, ricca dì capolavori come la Cista Ficoroni del IV secolo a.C., l'Oinochoe Chigi del VI secolo a. C) il sarcofago degli Sposi del VI secolo a.C. da Cerveteri, l'Apollo di Veio. Una sorta di appendice al museo è costituita, nel giardino, dalla ricostruzione del tempio etrusco-italico di Alatri realizzata dal conte Adolfo Cozza nel 1891, in base alle descrizioni di Vitruvio.