Retrospettiva sull'istituzione quando è alle porte la mostra su Dalì, ultima della gestione Fiat Quando Cesare Romiti lascia la Fiat, alla domanda di un giornalista che vuole sapere che cosa dei suoi lunghi anni in azienda anni di più ricordare, la risposta è: l'acquisto di Palazzo Grassi. Certo, quando questo avviene, nel 1984, non era facile prevedere l'esito di un'impresa che nasceva tra mugugni combinati torinesi e veneziani intrisi di scetticismo e campanili-smo ferito (i foresti che sbarcano in laguna e un'azienda che investe in cultura fuori sede). Eppure nel giro di due anni il palazzo si inaugura con una mostra memorabile «Futurismo Futurismi». Una bellissima mattina di maggio, un angolo di Venezia politamente poco frequentato e in via di abbandono, si anima di una folla eccitata ed elegante (quasi tutti gli uomini vestiti di grigio, osserverà Giuliano Briganti), poliglotta e composita, come sarà celebrata da cronisti accorsi numerosi. Poi nelle ore, nei giorni seguenti, si vedranno lungo le calli signore e signori reggere un sacchetto di plastica trasparente che lascia intravedere un lucente parallelepipedo d'argento, con lettere multicolori, del peso di tre chili e mezzo: il nostro catalogo, grafica di Pierluigi Cerri. Molta gente insofferente alle code, una novità per le mostre d'arte, si procura almeno il catalogo, che così sfiorerà centomila copie di vendita. Pontus Hulten, il curatore, uno svedese di travolgente simpatia, ma con temibili scarti umorali, che si dissetava quasi esclusivamente di buon rosso veneto, aveva avuto l'idea di sostituire i saggi tradizionali di ogni catalogo con un dizionario enciclopedico del Futurismo, che divenne così un'opera di riferimento. Il fatto che si sia arrivati in così breve tempo a ristrutturare il palazzo con sistemi adeguati ai nuovi criteri espositivi, a convincere musei e collezionisti di tutto il mondo a prestare le loro opere, lo si deve al lavoro degli uomini dell'azienda come Giuseppe Donega, Paolo Viti e Cesare Annibaldi, senza trascurare gli interventi nei momenti opportuni di Gianluigi Gabetti. A sfogliare i cataloghi delle mostre che seguirono, possiamo leggere un preciso filone Hulten che, anche dopo di lui, porta a un naturale, quasi doveroso, compimento nell'attuale grande retrospettiva del centenario di Dalì. Mi riferisco, in particolare a «Effetto Ar cimboldo» (1987), che contiene tra l'altro uno scritto di Dalì, a «Andy Warhol» (1990), prodotto in collaborazione con il MoMa, e a «Marcel Duchamp» (1993) a cui spetta la palma dell'originalità: al genio di lutte le avanguardie, infatti, sono slati ugualmente negati dei saggi forse pleonastici in cambio di alcune centinaia di pagine in corpo 7 intitolate «Effemeridi su e intorno a Marcel Duchamp e Rrose Sélawy 1887-1968», un lavoro di anni di due critici, probabilmente sottratti all'entomologia, Jennifer Gough-Cooper e Jacques Caumont, già collaboratori di «Futurismo Futurismi». A completare il quadro di intrecci, consonanze, affinila, differenze, in particolare con Dalì. c'è da aggiungere il «Picasso» del viaggio in Italia 1917-1924 curato da Jean Clair nel 1998. I grandi numeri' di visitatori e di lettori di «Futurismo» si replicano, e in certi casi si superano, con i temi delle civiltà del passato, meglio se registrale nella storia nel ruolo di antagonisle alle civillà dominanti e se munite di un'aura di mistero: «Fenici» (1988). «Celti» (1991), «Maya» (1998-1999), «Etruschi» (2000-2001). Approntare un catalogo, come è noto, è un'impresa spesso caotica e frenetica, che deve conciliare rigore e qualità con la data dell'inaugurazione. Quella con Sabatino Moscati per i «Fenici» è slala una felice eccezione: aveva preparato il catalogo prima della mostra, in mancanza della quale sarebbe stalo comunque un libro, il suo ultimo libro, sintesi di una carriera scientifica e accademica dedicata alle civiltà semitiche. Poi, per il solito inevitabile paradosso, il catalogo più difficile, con momenti di tensione che non cessarono nemmeno in tipografia durante la slampa degli ultimi fogli, è slalo quello dedicalo alla moslra forse più bella: «Il Rinascimento a Venezia e la pittura del Nord» (1999-2000) a cura di Bernard Aikema e Bever-ly Louise Brown. Sellecento pagine zeppe di capolavori della pittura più amata: i veneziani tra Quatlro e Cinquecento che si confrontano con tedeschi, fiamminghi olandesi coevi. Nel recarmi a Venezia per le periodiche riunioni a Palazzo Grassi mi ero intanto reso conto, fin da «Arcimboldo» ma soprallul-to con «Fenici», come la città, secondo la tradizione mercantile, magari in più moderna versione di marketing, avesse fatto tesoro dell'impatto con la nuova islilu-zione. Non solo i negozi fiorili all'improvviso nella zona tra San Samuele e Santo Stefano, ma in tutta la città antiquari e botteghe di maschere e cartotecnica anticipavano i temi delle mostre. D'altra parte, anche i cataloghi erano divenuti mercé d'esportazione. Prodotti direttamente da noi in inglese e francese per il pubblico internazionale dei visilatori, entravano con rilegatura rigida nei listini degli editori d'arte come Flam-marion, Thames Hudson, Riz-zoli N.Y., Hazan, Abrams, Schir-mer. Una collana di 25 volumi nata da un programma culturale, solo in parte qui illustrato, che ha avuto diversi prolagonisli ma con un riconoscibile disegno, quasi un ossimoro di coerente eclettismo. Storici dell'arte, archeologi, accademici da tutto il mondo hanno firmato le mostre di Palazzo Grassi, e i volumi Bompiani. Se, come lasciano supporre le voci correnti, in sintonia con le notizie di tagli governativi alle spese per la cultura, siamo alla conclusione di un ciclo, consoliamoci con la cinica considerazione che le mostre passano e i calaloghi reslano. Che peccato, però. Direttore letterario Rcs libri