Senza la memoria non saremo (né sapremmo) chi siamo. Lamemoria, ovverol'io (oilnoi). Infatti, possiamo pure immaginarla come un serbatoio, più o meno capiente, provvisto di un tubo di deflusso dal regime variabile a seconda dell'età. Ma è difficile non identificare la nostra memoria con la nostra stessa persona e quindi definitiva con qualcosa che approssimativamente definiamo anima. Ciò vale per gli individui come per le collettività. È questa la ragione per cui il recente dibattito politico-culturale sull'identità siciliana si è intrecciato col tema della memoria, ossia della storia, del passato, delle radici. Siamo chi fummo. Chi ricordiamo di essere stati. Da qui il profondo interesse (da Montaigne a Sciascia, per fissare soltanto due paletti di riferimento) per gli «smemorati», perle amnesie vere o presunte: filone ambiguo per eccellenza che colloca memoria e identità sull'infido crinale dello smarrimento esistenziale e dell'impostura. Giunge ora la notizia che l'assessorato regionale ai Beni culturali ha censito in Sicilia 73 «luoghi del mito e della memoria», individuati dal Centro regionale per la progettazione e il restauro al fine di potenziare il nostro pacchetto turistico-culturale. Insomma, parafrasando un celebre titolo di Angelo Maria Ripellino, il turismo come «itinerario nel meraviglioso». È proprio quest'ultima categoria, coincidente con i «memorabilia» inglesi, a costituire, infatti, il comune denominatore dei 73 siti. I quali sono stati suddivisi in cinque gruppi: i luoghi del mito, della religiosità cristiana, della storia, della mafia e del racconto letterario, televisivo e filmico. Memorandum eterogeneo, dunque, che classicamente dal meraviglioso sfocia nel monstrum. Sede privilegiata di innumerevoli narrazioni mitologiche, più di ogni altra colonia della Magna Grecia, la Sicilia per millenni ha custodito divinità del mondo pagano e accolto le gesta di eroi poemici e tragici. A questo patrimonio atavico si mescola, nel piano dei Beni culturali, una cataloga-zione che assembla siti storici (la piana di Calatafimidove igaribal-dini ottennero la prima vittoria sulle truppe borboniche o la spiaggia di Gela dove sbarcarono gli angloamericani ne1l943) esiti simbolici che segnalano una sorta di pietas religiosa e laica. Di questo genere sono, per esempio, l'albero di San Benedetto il Moro a Palermo o il Monastero benedettino di Palma di Montechiaro (con la sua gattopardesca deviazione letteraria), o ancora la pietra del martirio di Sant'Agata a Catania. Ma c'è anche quella che potremmo definire una topografia mafiologica: l'albero Falcone, via D'Amelio, i «cento passi» che a Cinisi dalla casa di Giuseppe Impastato portano a quella del boss Tano Badalamenti. Stazioni di una via crucis che certamente è giusto consegnare a futura memoria (se la memoria avrà un futuro, beninteso). Ma che apparentemente o forse realmente stridono con un altro tipo di memento più ameno e leggiadro che appartiene all'immaginario cinematografico o a una aneddotica delle celebrità (il salone da ballo di Palazzo Ganci, immortalato da Luchino Visconti, o la casa di Salina del postino nerudiano interpretato dal compianto Massimo Troisi, o la stanza del Grand Hotel et des Palmes dove Wagner compose il "Parsifal"). Se il progetto ha una vocazione turistica, bisogna dire che non sempre i luoghi prescelti sono visitabili in un'ottica prettamente estetica. Ne consegue chel'inten-to è piuttosto una specie di mu-seificazione en plein air dell'identità comunitaria e una map-patura spazio-temporale. Il tentativo, apprezzabile se ben condotto, sarebbe dunque di orientare in quello che Harold Fi-sch, professore di Letteratura inglese e comparata all'Università di Barllan in Israele, ha definito un «futuro ricordato». Nella mitologia, nell'immaginario e nella letteratura occidentale sono presenti alcune figure ricorrenti che la critica strutturalista ha denominato archetipi. Da un'ottica formalista, l'archetipo appare come una struttura immutabile e universale. Harold Fischhaposto invece lo studio degli archetipi in una dimensione diacronica, sostenendo che essi sono soggetti a trasformazioni, evoluzioni e adattamenti sotto la pressione esercitata dal processo storico. Fisch ha coniato dunque il termine, apparentemente contraddittorio di «archetipi storici» con il quale designa alcuni modelli mitici che pur rappresentando una sorta di universalità, non possono essere considerati propriamente sincronici. L'analisi di Fisch si sofferma su figure archetipiche che hanno avuto origine e ridefinizione in era moderna. Come per esempio il topos faustiano del patto col diavolo, un modello che ha origine con la Riforma e che per eccellenza è un mito diacronico sprovvisto della circolarità dei miti classici (il tempo è diabolicamente orientato in modo irreversibile). Il discorso di Fisch ci consentirebbe dileggereil catalogo siciliano come una congerie di archetipi diacronici e di evitare (almeno in teoria) il pericolo di pietrificare gli orrori della mafia in una galleria archeologica che si limita a evocare un passato esecrabile ma ormai confinato nei limiti di un concluso repertorio etnoantro-pologico. Inquietante deriva, che poi è, in qualche modo, ricondu-cibile anche alla recente polemica sull'opportunità di realizzare un museo dell'emigrazione: ipotesi sconcertante di fossilizzazione ipocrita del presente contro cui è giustamente insorto Vincenzo Consolo. Ma la riconduzione del problema mafioso a una dimensione per così dire mitologica (connesso, forse, alle ultime diatribe sulla sua presunta condizione disparente o declinante) non è l'unico incidente di percorso in cui si rischia di incorrere. C'è pure il rischio del mafia-tour, che alcuni anni fa furoreggiò soprattutto presso le agenzie francesi e tedesche. O magari la recrudescenza (a un livello più generale) della querelle che oppose i fautori dell'edificazione di una cappella a Portella delle Ginestre e i detrattori di tale ipotesi in nome di una sacralità naturale e universale del luogo della strage. Il fatto è che con la memoria bisogna stare attenti, anche in questi tempi di oblio postmoderno. Ne sa qualcosa l'Ireneo Funes, protagonista di un celebre racconto di Borges, che in seguito a un incidente acquisisce una su-perumana capacità di ricordare i minimi e infiniti dettagli del reale: «Cadendo, perdette i sensi; quando li riacquistò, il presente era quasi intollerabile tanto era ricco e nitido, e così pure i ricordi più antichi e banali». Incapace di selezione, Funesmemorizza ogni cosa, per futile o miserrima che sia. Cosicché la sua memoria onnipotente e fatalmente pletorica si tramuta in «un deposito di rifiuti». Ma l'inconveniente più grave è che la sua incontenibile capacità analitica lo priva di ogni possibilità di sintesi: «Sospetto, tuttavia, che non fosse molto capace di pensare. Nel mondo sovraccarico di Funes non c'erano che dettagli, quasi immediati». Ilpuntoè, dunque, chebisogna ricordare per pensare, mentre talvolta si ha l'impressione che una certa tendenza archivistica (e insabbiatrice: vedi Ustica) voglia memorizzare proprio per escludere il pensiero, per ibernare il «teatro della memoria» e farne oggetto, tutt'al più, di una distaccata e consumistica contemplazione.