ItaliaOggi Sette - 3082004 Indennità più equa per chi subisce un'espropriazione. La somma che spetta al proprietario, infatti, deve essere commisurata al valore del bene espropriato, affinché la procedura sia legittima e si realizzi in tal modo un giusto bilanciamento fra l'interesse generale e la tutela della proprietà privata. È questo il principio sancito dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, con sentenza del 29 luglio 2004, con la quale è stata messa la parola fine alla questione relativa all'applicazione dell'articolo 5-bis della legge n. 359 del 1992, legge che ha introdotto il restrittivo metodo in base al quale il valore del bene espropriato è ridotto di circa il 50 nella liquidazione dell'indennità di esproprio. La decisione La Corte ha accolto le ragioni dei ricorrenti riconoscendo la violazione sia dell'articolo 6 della convenzione europea dei diritti dell'uomo (sul diritto all'equo processo) sia dell'articolo 1 del protocollo 1 allegato alla convezione stessa (sulla protezione della proprietà). Per quanto riguarda il primo aspetto, a causa dell'indebita intromissione del potere legislativo in quello giudiziario' che si è verificata nel momento in cui è stata consentita l'applicazione retroattiva della legge n. 3591992 a procedimento giudiziario avviato. Ciò ha privato, secondo i giudici, i ricorrenti del più equo indennizzo che sarebbe spettato al momento della presentazione del ricorso. Per quanto riguarda il secondo aspetto, i giudici hanno dichiarato illegittima la stessa quantificazione dell'indennizzo, in quanto risultante eccessivamente in contrasto con il valore di mercato del bene. Una tale quantificazione, secondo i giudici, viola il principio dell'equo bilanciamento degli interessi, andando necessariamente a sopprimere il diritto di proprietà. Solo il versamento di una somma ragionevolmente in rapporto' al valore di mercato del bene, secondo la Corte, giustifica e rende legittima una misura che priva il cittadino della proprietà privata.