Diverse modifiche dopo uno scontro di 25 ore Da pagina 1 ROMA Venticinque ore inchiodati agli scranni di Montecitorio, la maratona parlamentare più lunga dall'inizio della legislatura. E alle 18.15 del secondo giorno, poco dopo la sconfitta della nazionale italiana in Sudafrica, i deputati hanno dato il via libera al decreto sulle fondazioni liriche con 257 voti favorevoli e 209 contrari. Ora il provvedimento torna al Senato, dove dovrà essere licenziato entro il 29 giugno, pena la decadenza. I grandi Le sagome di Puccini, Bellini e Beethoven issate come «vittime» del decreto dai manifestanti a Roma Alla Camera è stato scontro. L'ostruzionismo a oltranza dell'Italia dei valori, che ha visto momenti di tensione, ha impedito agli esponenti di tutti i partiti di guardare la partita dei mondiali. E la minoranza, che ha votato compattamente contro, si è spaccata sul grado di opposizione al governo. Pd e Udc, giocando di sponda, hanno trovato l'accordo con il governo evitando il voto di fiducia e sono riusciti a far passare modifiche importanti. Mentre l'Italia dei valori, per nulla preoccupata di restare politicamente isolata, ha portato avanti la staffetta «contro i tagli agli enti lirici» e in difesa dei posti di lavoro. «È l'ennesima porcata» si è infuriato il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, che nella lunga notte del «no» al governo si è addormentato in Aula, con la testa china sul banco. E Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl, ha attaccato duramente l'Idv bollandola come «un gruppo eversivo». L'approvazione del testo, anche se non definitiva, riaccende le polemiche anche fuori dai palazzi della politica. L'accademia di Santa Cecilia domani non suonerà nella Basilica di San Pietro. L'orchestra, il coro e il personale hanno annunciato lo sciopero e non saranno alla Messa solenne officiata alle 17 dal cardinale Comastri: «Il nostro silenzio è una disperata richiesta d'aiuto a salvaguardia della cultura italiana». Preoccupati anche i lavoratori del Teatro alla Scala di Milano. Da Mosca il direttore generale del teatro, Maria Di Freda, ha chiesto allo Stato di dare di più e ha denunciato come sia «troppo sbilanciato l'equilibrio tra sostegno pubblico, ricavi propri e sostegno privato». Il ministro Sandro Bondi, invece, è contento: «Procedere a colpi di fiducia non è l'unico modo di governare». È rimasto in Aula per tutta la notte e, al termine della nostop, ha parlato in Aula e si è detto «onorato per la dignità che il Parlamento e la politica hanno dimostrato, portando avanti un serrato confronto e arrivando a un punto di equilibrio». L'esponente del Pdl legge il voto di ieri come un «piccolo seme gettato» tra maggioranza e opposizione, un seme che «apre una possibilità di confronto tra forze politiche diverse». L'atteggiamento del ministro è stato elogiato dal democratico Roberto Giachetti, tra i protagonisti della maratona «musicale». E, accolte da un lungo applauso della maggioranza, le parole di Bondi sono state apprezzate anche da qual-ch e esponente dell'opposizione, che si è unito al battimani governativo. Persino l'Idv ha dato atto al responsabile della Cultura di aver consentito una «discussione approfondita» senza porre il voto di fiducia. Bondi, per parte sua, ha ringraziato la Lega per il «contributo determinante» all'approvazione del decreto. Nel merito il testo licenziato dalla Camera blocca le assunzioni negli enti lirici, impone vincoli per la concessione dei finanziamenti statali e manda in pensione i ballerini a 45 anni: oltre questa soglia, per i due anni successivi all'entrata in vigore della legge, gli uomini potranno continuare a danzare fino ai 52 anni e le donne fino ai 47. Salvo modifiche al Senato tutte le fondazioni sono autonome, però i ministri di Beni culturali ed Economia dovranno approvarne lo statuto. L'opposizione è soddisfatta per aver portato a casa modifiche sostanziali. «Volevano far passare interventi pesanti sui diritti acquisiti dei lavoratori spiega la capogruppo del Pd in commissione Cultura, Manuela Ghizzoni Ad esempio siamo riusciti a bloccare la norma che imponeva un tetto ai cachet di cantanti, ballerini e musicisti». E slitta di un anno, dal 2011 al 2012, il taglio del 25 per cento dei compensi integrativi, tranne che per quelle fondazioni che vantano conti in pareggio. Scala, i sindacati si dividono sugli scioperi MILANO La Scala si nutre di miti, sia musicali che politici. Questi secondi dal risorgimentale W Verdi alla ricostruzione del Dopoguerra , sembrano in questi decenni incarnarsi nel mito della roccaforte sindacale. L'ultima recrudescenza, questa del 2010, si deve all'ostilità al decreto di riforma delle Fondazioni lirico-sinfoniche (in rosso per complessivi 100 milioni di euro in cinque anni) che il 28 giugno dovrebbe passare al Senato. Da qui gli scioperi di stasera (cancellato Romeo e Giulietta) e di domani (niente Faust). «Poi si vedrà», hanno detto i vertici della Cgil ieri pomeriggio, organizzatisi con un tavolino, striscioni e megafoni, come nell'epoca pre-economia globale, sotto i portici del teatro. Dove, per bocca del segretario generale di Milano, Onorio Rosati, hanno lanciato un invito a Cisl e Uil (che sono contro gli scioperi) «a non dividersi e stare uniti contro un provvedimento che non piace a nessuno». Un appello immediatamente caduto nel vuoto, perché Danilo Galvagni, segretario generale della Cisl Milano, ha ribadito che «l'agitazione proclamata da Cgil e Fials è inutile e dannosa, perché non serve a risolvere i problemi, radicalizza lo scontro e colpisce i lavoratori», e invitato a pensare a nuove forme di lotta: ventilata anche l'ipotesi di recitare nudi. Cgil e Fials (sindacato che raduna molti artisti) si dicono pronti a continuare la lotta anche dopo l'approvazione del decreto, mettendo in forse le trasferte della Scala a Pompei (21 luglio) e a Buenos Aires (25 agosto). Su quella a Mosca non si sa. Apparentemente la Scala è tra i pochi teatri che avrebbe da trarre vantaggio dalla riforma (anche se si fa notare che sono giunti 4 milioni in meno dal Fus nel 2010); il fatto che il teatro sia «in assemblea permanente» è finalizzata ad ottenere altro: «Noi difendiamo la specificità della Scala afferma Rosati ma non per buttare alle ortiche gli altri teatri». E dunque per spingere Lissner (sovrintendente del Lirico milanese) e il sindaco Moratti a fare pressioni sul Governo. Ma il faccia a faccia dell'altro giorno tra il sovrintendente e una sessantina di lavoratori non ha sortito nulla. A Lissner è stato chiesto di pronunciarsi contro il decreto. Lissner ha ribadito che lui è un interlocutore tecnico, che si è già pronunciato (come pure Barenboim) e il decreto poco riguarda la Scala «perché non è un teatro in crisi, ha pareggio di bilancio» e quindi non ha ricadute. Ora nel mirino c'è il sindaco di Milano, presidente del teatro. «Il suo silenzio è assordante, parla di eccellenza e se ne frega dei lavoratori», dice la Cgil. E aggiunge: «In molte città si sono tenuti dei Consigli comunali straordinari nei teatri. Qui, invece, il Consiglio comunale ha bocciato un comunicato di solidarietà ai lavoratori».