L'annuncio dell' "asta Breton" non è stato accolto senza polemiche, in Francia e nel mondo. A un appello iniziale sul sito remue.net sono seguite migliata di adesioni di intellettuali, scrittori, artisti e gente comune. Fra i nomi più conosciuti quelli di Jack Lang, Jacques Derrida, Michel Butor. La Société des Gens de Lettres ha aderito con un messaggio che descrive la casa di Breton come «luogo di vita e di creazione, insieme inestimabile di oggetti d'arte, di disegni, di frammenti e autoritratti, testimonianza dell'irradiarsi nel mondo del movimento surrealista». Yves Bonnefoy ha giudicato "volgare" l'impresa dalle pagine del quotidiano Le Monde. Rue Fontaine 42, «du coté de Pigalle», uno dei grandi luoghi della letteratura del ventesimo secolo, sta per scomparire. L'indirizzo è quello di André Breton (1896-1966), lo studio dove, dal 1922 alla sua morte, l'inventore del Surrealismo conservò la sua straordinaria collezione di oggetti, cresciuta a immagine e somiglianza del movimento da lui fondato. Aube Elléouet, 67enne figlia dello scrittore e di Jacqueline Lamba, ha raccontato cosa è successo a Rue Fontaine dal '66 a oggi: «La mia matrigna vi abitava, era il suo ambiente familiare. Per trentacinque anni ci siamo chiesti cosa avremmo potuto fare della collezione. Mio padre non aveva lasciato detto nulla in merito». E così, due anni dopo la morte di Elisa, vedova di Breton, il Surrealismo è in vendita sbriciolato in 5.300 lotti, valutati complessivamente intorno ai trenta milioni di euro. L'impossibilità di conservare intatte le stanze e di aprirle al pubblico ha determinato questa scelta, lo Stato francese non si è fatto avanti per conservare un insieme unico. Un piccolo scrigno delle Alpi, la vetrina con gli uccelli del paradiso, i «cadavres exquis», esempi di quel gioco a più mani fatto di piccoli disegni ripiegati, collezioni di acquasantiere, di bastoni, di stampi per ostie ricoprono ogni angolo, ogni parete delle due stanze e del bagno: è il materiale dell'ispirazione di Breton, il combustibile del suo fuoco interiore, così descritto da Julien Gracq: «A casa di André Breton. Le due stanze, separate in altezza da alcuni gradini, mi sono sempre sembrate scure, anche nei giorni di sole, malgrado le grandi finestre da studio. Il tono dei colori, verde scuro e marron cioccolato, è quello dei vecchi musei di provincia; il disordine impossibile da spolverare completamente, di oggetti dai rilievi angolosi e quasi tutti leggeri: maschere tiki, bambole indigene fatte di piume, sughero, paglia più che al tesoro di un collezionista fa pensare a prima vista, con i suoi armadi a vetri che proteggono nella penembra una collezione di uccelli dei tropici, sia al gabinetto di un naturalista che al deposito disordinato di un museo di etnografia. Il rigoglio di opere d'arte abbarbicate ovunque alle pareti ha ristretto poco a poco lo spazio disponibile; vi si circola solo lungo dei camminamenti precisi, regolati dall'uso, evitando nello spostamento i rami, le liane e le spine, come nel viottolo di una foresta. Solo certe sale del Museo, o il locale senza età che ospitava la Geografia nella vecchia facoltà di Caen, mi hanno dato la stessa sensazione di una giornata piovosa e invariabile, di una luce come invecchiata dall'accumulo e dall'antichità non datata degli oggetti selvaggi».