Dall'impresa di Rosellini ai giorni nostri, l'Università di Pisa è ancora in prima fila nel campo dell'egittologia. Marilina Betrò dirige una missione a Tebe ovest, in una zona della necropoli oggi desolata ma che in passato a fornito molti degli oggetti che si ammirano nei musei di tutto il mondo. Un grande prestigio da difendere e un lavoro scientifico molto importante che però va avanti tra mille difficoltà. Prima fra tutte la mancanza di fondi dopo i tagli alla cultura. «I tagli - dice la professoressa Betrò - ci penalizzano in maniera pesantissima. Abbiamo oggi il 25 in meno di quanto avevamo tre anni fa, a fronte di un'area in concessione triplicata per estensione. E uno scavo costa, bisogna pagare aerei, pernottamenti. Fino a pochi giorni fa non avevamo alcuna sicurezza di poter portare avanti la missione con i soli fondi dell'Università, poi abbiamo avuto un contributo dal Ministero degli Affari Esteri, piccolo ma è bastato». Per non parlare dei giovani archeologi coinvolti. «Pisa - dice la Betrò - è un centro di eccellenza per l'egittologia, anch'io sono venuta a studiare qui da Napoli, ma continuando così perderemo i nostri giovani talenti. I migliori vanno all'estero». Punto focale dell'area concessa all'ateneo pisano dal Supreme Council of Egyptian Antiquites è stata all'inizio una tomba rupestre dipinta appartenuta ad Huy, un sacerdote vissuto all'epoca di Ramesse II, intorno al 1250 a.C. Si scava dal 2003 e si è raggiunta la porta di quella che sembra essere la camera funeraria di Huy e della sua famiglia. Nell'ottobre del 2004 è stata scoperta una tomba ancora più grande di quella di Huy e più antica di almeno tre secoli. «Le pitture sono quasi scomparse e il nome del suo antico proprietario ignoto, ma vari indizi - spiega - fanno supporre che si tratti di un alto personaggio vissuto all'epoca in cui i principi tebani portarono guerra agli stranieri Hyksos che allora dominavano l'Egitto. Lo scavo promette molte sorprese. Fondi permettendo». (m.t.g.)