Questa riforma chiamata dal governo «liberale» degli art. 41 e 118 della Costituzione serve a ravvivare la pianta, appassita, della imprenditorialità diffusa? Proprio no. Per far nascere imprese, piccole o artigianali, ci vogliono capitali e banche «intelligenti», incentivi mirati. E non, invece, libertà di insediare fabbriche, fabbrichette e laboratori dove pare e piace, dandone avviso a cose fatte al Comune e alla Regione. Il rischio maggiore? Che le nuove imprese le promuova il racket. Il solo a disporre di denaro «sporco» ma abbondante, così liberato dalle ultime e fondamentali garanzie legali (per la concorrenza vera e per la collettività dei cittadini). Non controlla già i rifiuti di industrie liberissime di produrre «veleni»? Le idee che frullano in testa a Berlusconi sono soprattutto due: indebolire le garanzie costituzionali e ridare propellente alla macchina dell'edilizia (di ogni tipo) senza doverci mettere un solo euro pubblico. L'ha spiegato bene Tremonti: «Sospendere per 2-3 anni le autorizzazioni per piccole e medie imprese, per la ricerca (??) e per le attività artigiane». In primo luogo, ovviamente, le autorizzazioni urbanistiche. Il Piano Casa, creatura berlusconiana prediletta, è inciampato infatti sui sacrosanti paletti che varie Regioni hanno piantato, allarmate per la sempre più spaventosa cementificazione del Belpaese (abbiamo coperto, nel solo decennio 1995-2006, un territorio libero vasto come l'intera regione Umbria). Stavolta l'immobiliarista Berlusconi non vuole sorprese: gli interventi di Stato-Regioni-Comuni riguardanti le attività economiche e sociali «si informano al controllo ex post». In pratica, avverranno dopo che il privato si sarà insediato. Dove gli pare e piace (anche una raffineria? o una centrale?). E allora, addio piani regolatori comunali, addio piani paesaggistici regionali, addio tutele del territorio e dell'ambiente (anche di lavoro). Tutto sacrificato alla più sregolata libertà d'impresa. Si dirà: per la modifica di articoli della Costituzione come il 41 e il 118, ci vogliono ben 4 passaggi alle Camere. Già, ma il premier - il quale considera «un inferno» governare con questa Costituzione (che non lo lascia in realtà comandare) - prevede di anticipare il tutto con una legge ordinaria la quale obbligherà Regioni ed Enti locali ad adeguare, entro 6 mesi, le loro norme limitando «allo stretto necessario» (??) «le restrizioni del diritto di iniziativa economica». Una immoral suasion, oltre tutto. In questo Stato che soltanto nella pia illusione di Bossi C va verso il federalismo, Palazzo Chigi obbliga i poteri regionali ad uniformarsi al suo precetto: fidarsi in toto degli imprenditori, delle loro autocertificazioni. Dopo, controlleranno... Un pasticciaccio che fa a pugni anche con l'art. 9 della Costituzione, «la Repubblica tutela il paesaggio». Ma è mai importato qualcosa a Berlusconi del paesaggio, dell'interesse generale a tutelarlo, anche come bene turistico, cioè economico?
TOSCANA - Addio tutela del territorio Siamo in mano al fai da te
Il governo liberale ha proposto una riforma per ravvivare l'imprenditorialità diffusa, ma in realtà serve a indebolire le garanzie costituzionali e ridare propellente alla macchina dell'edilizia. La riforma prevede di sospendere per 2-3 anni le autorizzazioni per piccole e medie imprese, per la ricerca e per le attività artigiane, e di limitare le restrizioni del diritto di iniziativa economica. Il governo vuole anticipare il tutto con una legge ordinaria che obbligherà Regioni ed Enti locali ad adeguare le loro norme entro 6 mesi. La riforma è considerata un pasticciaccio che fa a pugni con l'art.
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