L'équipe del prof. Gruppioni certifica quasi al cento per cento che erano del maestro le spoglie ritrovate all'Argentario È lui, è il Caravaggio. O almeno lo è all'85. Dopo un anno di lavoro, dopo scavi, ricerche storiche, confronti antropologici, datazione con il carbonio 14 e anche un'indagine genetica col Dna, l'équipe del professor Gruppioni, professore a Ravenna al dipartimento per la conservazione dei beni culturali, è infatti convinta che i resti ossei di uno degli individui ritrovati nella cripta della chiesa del cimitero di Porto Ercole appartengano a Michelangelo Merisi da Caravaggio. L'équipe ci lavorava da un anno. La ricerca è stata suddivisa in tre fasi: un'indagine storico-documentaria guidata da Silvano Vinceti, presidente del comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici e culturali; un'analisi antropologica, archeometrica e genetica e, infine, una sintesi fra i risultati emersi. Una ricerca condotta con altissima tecnologia, la stessa che viene utilizzata nelle indagini per risolvere i delitti più efferati. A riprova evidentemente che a un risultato si voleva arrivare per forza. Decisivi - spiegano i ricercatori, che hanno presentato i risultati insieme al sindaco del promontorio, Arturo Cerulli, che porterà la teca all'Argentario - sono stati i dati storici sul nucleo originario dell'antico cimitero di San Sebastiano. «Abbiamo dovuto acquisire - ha spiegato Vinceti - una serie di dati che potessero permettere di giungere a delle conclusioni, anche nel caso che l'analisi del Dna non avesse fornito un risultato pienamente risolutivo». Così sono emerse alcune corrispondenze, ritenute decisive: Caravaggio era un uomo alto oltre 1,70. Fra gli inumati i cui resti sono stati recuperati a Porto Ercole, più di uno rispondeva a questo requisito e fra questi anche uno, catalogato con il numero 5. Ma anche il mestiere di pittore ha fornito qualche indizio identificativo utile. Caravaggio usava colori a olio in grande quantità, viveva in ambienti sporchi, consumava i suoi pasti su una tela dipinta ed era sempre imbrattato di colori. Tra questi certamente il bianco, la «biacca», a base di carbonato basico di piombo. Così il rinvenimento nelle ossa di un'alta quantità di piombo si è rivelato un indizio di notevole importanza. Tra l'altro, i livelli elevati di piombo nelle ossa combaciano con l'ipotesi del saturnismo, il cosiddetto «morbo dei pittori», del quale si sospetta soffrisse il Merisi. Infine le date: l'esame dell'età alla morte degli inumati dedotta in base ai caratteri dello scheletro e l'esame istologico del tessuto osseo, ha confermato che il n5 era morto a un'età prossima ai 38-40 anni e Caravaggio morì a 39. E la datazione dei reperti col carbonio 14 ha dimostrato che fra tutti i reperti compatibili recuperati a Porto Ercole solo il numero 5 rientrava in un range temporale compatibile con il 1610. Così l'ultimo esame, quello del Dna, confrontando i profili genetici dei Merisi e Merisio viventi e dei reperti scheletrici, ha portato a riconoscere nel reperto numero 5 un profilo compatibile con un individuo del medesimo ceppo familiare. Tanti indizi che, sommati, fanno l'85 di Caravaggio. Resta quel 15 di dubbio, ma chi ammirerà la teca di vetro se ne dimenticherà in fretta.
PORTO ERCOLE. Le ossa di Caravaggio Compatibili con il Dna i resti di Porto Ercole
Un team di ricercatori guidato dal prof. Gruppioni ha certificato con quasi al 100% che le spoglie ritrovate all'Argentario appartengono a Michelangelo Merisi da Caravaggio. La ricerca è stata condotta su tre fasi: un'indagine storico-documentaria, un'analisi antropologica, archeometrica e genetica, e una sintesi dei risultati. I dati storici sul nucleo originario dell'antico cimitero di San Sebastiano e le analisi del DNA hanno fornito indizi identificativi, come l'altezza, il mestiere di pittore, la presenza di piombo e le date di morte.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo