Ma di case popolari ce n'è bisogno. Il sindaco di Piombino: rifiuto l'equazione Comuni uguale cemento «Noi siamo i primi paladini dell'ambiente. Il riuso va bene, però ristrutturare costa di più» Stop cemento? Ok, ma attenti che si rischia di non costruire più case popolari. Il sindaco di Piombino Anselmi lancia l'allarme e risponde al prof. Settis: sindaci eguale cemento? E' inaccettabile. Stop al cemento? Ok, ma attenti che così si rischia di non costruire più alloggi popolari in Toscana. A lanciare l'allarme è il sindaco di Piombino Gianni Anselmi, che interviene nel dibattito sul nuovo corso urbanistico della Regione: «Io sono perché la Toscana diventi la capitale del riuso. Però attenzione, una lottizzazione di immobili da ristrutturare è più onerosa di una di case nuove. Un edificio ristrutturato costa di più. E i ceti più popolari non se lo possono permettere. L'edilizia popolare non può che essere costruita su suoli nuovi, a parte i casi in cui il comune riesce ad ottenere da chi interviene alloggi a canone agevolato o per l'edilizia sociale». Rischio di classismo? «Il rischio esiste. Se non si consuma suolo nuovo non vedo come si possano dare risposte all'edilizia popolare. E i ceti meno abbienti dove vanno ad abitare? Ecco perché bisogna che la discussione parta dai valori, ma anche dal mercato e dall'analisi concreta e non ideologica della realtà. Dobbiamo costruire città, non case. E inserire i nuovi interventi in un'idea chiara di città come bene pubblico». No o sì al consumo di nuovo suolo? «Sono contrario a discussioni di tipo manicheo. La nostra stella polare è il riuso, ma questo non significa che non si debba costruire più nulla. A Piombino ci sono almeno 300 famiglie che vorrebbero una casa. C'è bisogno di edilizia popolare, su questo non c'è dubbio». Cosa ne pensa dell'intervista di Settis al «Tirreno»? «Le cose che dice Settis sono largamente condivisibili. In particolare ho trovato molto interessanti le riflessioni sulle infrastrutture, sull'esigenza di costruire nuove opere ma con il massimo della tutela ambientale». Però... «Beh, però mi permetto di confutare l'equazione, che in alcuni ambienti si cerca di accreditare, sindaci eguale cemento. E' inaccettabile. Per varie ragioni. La prima delle quali è che se vogliamo remare tutti dalla stessa parte, cioè della difesa del territorio e del paesaggio, bisogna superare una certa visione manichea per cui noi sindaci siamo i cementificatori e i comitati le anime belle dell'ambientalismo». Perché, non è così? «Un sindaco non può non concepire la difesa del proprio paesaggio come un valore aggiunto. Noi siamo i primi paladini della bellezza. Anche per una ragione economica». Quale? «Ma è evidente che se io, come sindaco di Piombino, non tutelo con rigore le zone di Populonia e Baratti (che presto infatti candideremo all'Unesco), perdo anche sul piano delle potenzialità turistiche. Il paesaggio è un bene dell'anima, come dice Settis, ma anche una risorsa dell'economia di un Comune». E Monticchiello e altre situazioni di degrado? «Affermare che l'origine dei guasti paesaggistici stia nel passaggio delle competenze dallo Stato alle Regioni e poi ai Comuni mi sembra assolutamente sbagliata. La storia degli abusi edilizi, dei cosiddetti ecomostri e degli scempi urbanistici affonda anche e soprattutto negli anni in cui le competenze erano statali. E per quanto riguarda le Regioni, ci siamo dimenticati le sopravvalutazioni del bisogno di case fatte negli anni '90? O quello che succedeva quando i controlli erano della commissione urbanistica regionale?». Settis sostiene che un Comune con pochi abitanti non ha i mezzi necessari per controllare. «Il presidente Rossi, l'assessore Marson e Andrea Manciulli hanno indicato una strada, che non è il ritorno al centralismo regionale, ma quella di favorire un approccio sovracomunale a questi temi. Noi questo lo abbiamo già fatto per la Val di Cornia. Servirebbe una riforma che attribuisse ai comprensori competenze specifiche in tema di pianificazione». Settis sostiene anche che per far cassa i Comuni utilizzano gli oneri di urbanizzazione. «Certo la norma che consente di utilizzare fino al 75 gli oneri per la spesa corrente rischia di alimentare un uso improprio degli oneri stessi. Il problema però sono sempre le scelte urbanistiche: subordinare la qualità della pianificazione alle necessità finanziarie è un errore culturale, prima che amministrativo».