Alto, imponente, lungamente ( e giustamente) discusso proprio per la sua evidenza, che fornisce alla città un altro punto di riferimento, osservabile da qualsiasi panorama, così come la cupola del Brunelleschi e la torre d'Arnolfo. Per questo denigrato da coloro che giudicano blasfemo tale accostamento (e ritengono la nuova opera architettonica vecchia e superata già dalla sua ideazione) e, invece, apprezzato da quanti, forse meno attenti alla cifra estetica, si compiacciono che la città finalmente sia riuscita a rompere con l'ossessione del fantastico passato e abbia dotato una delle sue periferie di un edificio comunque non banale. Il Palazzo di Giustizia è stato fin dagli anni della sua prima pietra una vivace fonte di discussione, ma comunque ha rappresentato il simbolo di una città che voleva rimettersi in cammino, provare qualche azzardo. Ora è lì. Definitivamente. Completato, ma vuoto. Analogamente a molte altre cose nel nostro Paese, gli manca l'ultimo miglio: l'arredo e il trasloco. Come quei ponti stradali faraonicamente sospesi sul nulla. Imprese straordinarie ma accasciatesi sulla linea del traguardo come il mitico Dorando Petri. Ecco che allora il simbolo dell'azzardo, della scommessa sul futuro lentamente e mestamente si fa monumento alla sospensione, all'attesa, all'inconcludenza. I più maligni potrebbero osservare come sia la migliore metafora di una riforma della giustizia molto strillata ma mai realizzata. La provocazione dell'assessore Falchetti «se non si trasferiscono gli uffici giudiziari andremo lì a riunificare quelli comunali», ha risvegliato il lento e progressivo letargo in cui questa cattedrale sta sprofondando. Ma richiama anche un'altra promessa, poi accantonata: l'acquisizione del multiplex che - guarda un po' proprio lì di fronte, all'altro angolo del parco di San Donato è attraversato da altre peripezie che ne hanno inceppato il suo tumultuoso divenire, anche in questo caso frutto di indecisioni culturali, prima ancora che politiche ed economiche, sul senso che Firenze vuole dare al suo sviluppo. Quasi che da Palazzo Vecchio desiderino coprire con questa volontà d'utilizzo ritardi e difficoltà che i nuovi simboli urbanistici rivelano. Se a queste due straordinarie quanto differenti metafore del rinvio aggiungiamo la non distante Scuola Marescialli, che sta diventando l'emblema della nuova corruzione, si può osservare come nessuno avrebbe potuto prevedere nei lunghi e tormentati anni della discussione in merito allo piana di Castello che proprio in quel pezzo di Firenze sarebbero andati ad assommarsi i segni più evidenti del nostro incerto procedere.
LE INCOMPIUTE DI FIRENZE
Il Palazzo di Giustizia di Firenze è stato completato, ma è ancora vuoto e manca l'arredo e il trasloco. È diventato un simbolo della sospensione e dell'inconcludenza, una metafora della riforma della giustizia che non è stata realizzata. La sua costruzione è stata oggetto di discussioni e critiche, ma anche di promesse di utilizzo e sviluppo. Il palazzo è stato costruito in un'area che era stata pianificata per altri progetti, come il multiplex e la Scuola Marescialli, che sono diventati emblemi della corruzione e del rinvio. La città di Firenze è ancora in un processo di sviluppo incerto e tormentato.
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