In principio era il «federalismo», puro e semplice, e basta. Poi arrivò il «federalismo fiscale». Quindi, il «federalismo solidale». Adesso è arrivato anche il «federalismo demaniale», che certo è fra le variazioni più minacciose e pericolose in materia. Le tesi dei fautori sono le solite, che non si sa se siano parto di una logica ciecamente consequenziaria o frutto di un'assoluta povertà di idee. Il nuovo federalismo comporta il passaggio dei beni demaniali in congrua parte alle amministrazioni dei territori in cui quei beni si trovano. Si tratta di beni del più diverso ordine. Si va da terreni e immobili per abitazione o per altri usi civili a dimore storiche, istituti scientifici (ad esempio l'Osservatorio astronomico di Capodimonte a Napoli), attrezzature come qualche faro sul mare, poligoni di tiro e qualche base logistica delle forze armate, monumenti, spiagge e via dicendo. In Sicilia si tratta di beni preziosi come i templi di Agrigento, il castello Ursino di Catania, il Parco della Favorita di Palermo, la necropoli greca di Siracusa. In tutte le regioni, però, dal più al meno, è lo stesso e le alienazioni da parte dello Stato sono equivalenti o maggiori. Si completa così un trasferimento di beni dallo Stato alle Regioni iniziato già con l'attuazione dell'ordinamento regionale nel 1970 (e per le Regioni a statuto speciale anche prima). Naturalmente, essendosi fin dall'inizio attuato l'ordinamento regionale previsto dalla Costituzione anche, a nostro modesto avviso, oltre i limiti enunciati nel dettato costituzionale, il trasferimento di una serie di beni demaniali alle Regioni era ovvio. Tanto più, poi, amano a mano che il regionalismo è diventato più spinto, portando lo Stato a largheggiare in concessioni alle Regioni di beni e di competenze. Figuriamoci quando dal regionalismo si è passati al federalismo, e si è deciso che l'Italia si trasformi da Repubblica a base regionale in Repubblica federale, dando così all'aspettativa di nuove e più larghe concessioni una maggiore fondatezza. Grande è stata, e lo si può ben capire, l'esultanza dei federalisti dichiarati, Lega Nord in testa. Finalmente, si è detto, le popolazioni diventano padrone dei beni che si ritrovano sui loro territori; l'usurpazione romana finisce; i vantaggi dei beni demaniali non emigreranno più verso Roma, e saranno, invece, goduti sul posto. E ancora più si è esultato se il trasferimento demaniale va a pro' degli enti locali anziché delle Regioni. In questa esaltazione del federalismo demaniale non vi sono che pregiudizi ed errori? Certo no, ma ragioni di riserva e di preoccupazione non mancano. In primo luogo, non è affatto da credere che la disponibilità dei beni demaniali sia una sicura fonte di nuove entrate e di miglioramento delle finanze locali. Alcuni beni si potranno vendere, e altri si potranno mantenere a reddito, e sarà certo un bene. Ma per moltissimi altri il loro possesso sarà una fonte di oneri e di spese non indifferenti, essendo assoluto il dovere della loro conservazione e manutenzione, sia che assicurino, sia che non assicurino una redditività. In secondo luogo, la gestione dei beni richiede, come ben si sa, una disponibilità anche di personale, che, specie nel caso di particolari categorie di beni, dovrebbe avere una specifica preparazione o attitudine professionale. Lo Stato non ha brillato da questo punto di vista, e perciò si è detto tante volte a ragione che in tale materia non si può tirare la croce solo addosso alle Regioni o agli enti locali. Ma, se si vede che i dipendenti regionali in Lombardia (9,5 milioni di abitanti) sono 3.000 e in Sicilia (5,5 milioni d abitanti) 27.000, le preoccupazioni sono ovvie. Questo vale solo per il Sud? Può darsi, ma, se è così, merita ancora più riflessione. In terzo luogo, è sicuro che non tutte le dirigenze politiche e amministrative regionali o locali siano inette o irresponsabili, ma siamo convinti che una gestione unitaria almeno dei maggiori beni patrimoniali e demaniali del paese giovi molto a una grande politica dei beni ambientali e culturali, anche se in Italia una tale politica ha sempre lasciato molto a desiderare. L'auspicio, ciò considerato, non può essere se non quello che il federalismo, come si afferma, e come noi stessi crediamo, possa essere per le classi dirigenti locali una grande occasione di responsabilizzazione di maturazione a nuove e più alte prove da affrontare in spirito ben diverso dal passato. Ma sappiamo pure che questo sarà a lungo solo wishful thinking. Ecco perché nutriamo anche una piccolissima speranza che la società civile italiana sappia inserirsi con accortezza e con decisione nelle eventuali alienazioni di beni demaniali, ampliando e irrobustendo l'azione di realtà come, ad esempio, il Fai (il Fondo per l'ambiente italiano). E perché parliamo di speranza piccolissima non ha bisogno di essere spiegato. Come tutti sanno, in Italia, se sul piano pubblico si piange, su quello sociale e civile non molto si ride.
Federalismo demaniale: ancora peggio?
Il federalismo demaniale è un nuovo sistema che prevede il passaggio dei beni demaniali in congrua parte alle amministrazioni dei territori in cui quei beni si trovano. Questo sistema è stato introdotto per trasferire i beni demaniali dallo Stato alle Regioni e agli enti locali. I fautori del federalismo demaniale sostengono che questo sistema porterà benefici alle popolazioni locali, ma ci sono anche preoccupazioni riguardo alla gestione dei beni, alla disponibilità di personale e alla sicurezza delle entrate locali. Inoltre, ci sono dubbi sulla gestione unitaria dei beni patrimoniali e demaniali del paese, che potrebbe favorire una politica dei beni ambientali e culturali.
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