Beni culturali e paesaggistici, la società civile può esercitare un ruolo di tutela? O la cessione di sovranità da parte dello Stato significa sempre sfruttamento e scempio? La singolare esperienza del Fai. Parlano Giulia Maria Crespi e Marco Magnifico La nuova campagna che il Fondo per l'Ambiente Italiano presenta oggi a Roma si chiama I luoghi del cuore, un'iniziativa che promette di insegnare, con un tocco un po' zen, a noi cinquantasette milioni di italiani cosa significhi provare amore per il paeaggio del nostro Paese. Insomma, anche in questa nuova campagna, si indovina, si leggeranno in controluce ventotto anni di missione di questa singolare, britannica creatura, il Fai appunto, che una signora ricchissima e tenace, Giulia Maria Crespi, è riuscita a far crescere in Italia nel Bel Paese che non ama se stesso, educare la gente al bello. Ora, in questi mesi la vicenda politica di Patrimonio s.p.a. ha messo in agenda, purtroppo nel più brutale dei modi, un tema che matura da una ventina d'anni: qual è il "valore" del nostro tesoro storico, artistico e paesaggistico? È il valore contabile inseguito dal ministro Tremonti? Oppure, come ci ha dichiarato in un'intervista lo stesso amministratore delegato di Patrimonio s.p.a., Massimo Ponzellini, è un valore per definizione «incalcolabile»? Buttiamo là alcuni dei fenomeni storici grazie ai quali questo tema è arrivato alla ribalta nell'Italia del 2000: scolarizzazione di massa, espansione dei consumi ricreativi e culturali, fine della centralità economica dell'industria, affermarsi dei temi ambientalisti, evoluzione del concetto di «bene pubblico». Ma anche, ecco l'altra faccia della medaglia, economicizzazione sfrenata del pensiero e di ogni anfratto dell'esistere, fino al liberismo più selvaggio. Ecco perché ci sembra utile, oggi, analizzare con la sua presidente Giulia Maria Crespi e il suo direttore generale Marco Magnifico l'esperienza di un organismo come questo che, da ventotto anni, persegue un singolare esperimento di rapporto privato-pubblico: è un'associazione di privati cittadini che acquisisce in dono o in comodato, o acquista, da altri privati cittadini antiche dimore e castelli, parchi storici e ville, poi raccoglie fondi per il loro restauro e, nei limiti di un utilizzo sostenibile, li "regala" all'uso collettivo. Con la recente acquisizione di Villa Gregoriana a Tivoli, poi, per la prima volta i privati del Fai hanno ottenuto un bene in adozione dallo Stato. Era il 1975 quando la sua creatura, signora Crespi, venne alla luce. In quale clima? CRESPI, Volevo fare un regalo a Milano e avevo pensato di regalare un grande parco. Ne parlai con l'architetto Renato Bazzoni: eravamo tutti e due in Italia Nostra. Poi, il Fai ha preso una strada più concreta, anche se quella di Italia Nostra, fatta di attenzione e di vigile denuncia, resta insostituibile. Dunque, Bazzoni mi disse: "Perché solo un parco? Facciamo piuttosto il National Trust italiano"... Perché imitare il British National Trust? CRESPI. Perché per chi si occupa di ambientalismo è il massimo oggetto di invidia: ha tre milioni di soci ed è il più grande proprietario terriero inglese dopo la Corona, possiede, per esempio, novecento chilometri di coste. Noi lo copiamo il più possibile, sfatando il mito che «gli italiani non sono inglesi». Decidemmo, dunque, di farne tanti, di parchi, realizzando un'idea che, in origine, era di Elena Croce. Per anni in realtà io stessa non ci credetti. Era un'iniziativa che aveva bisogno di fede, di gente che regalasse al Fai i suoi castelli e le sue ville. Il primo dono ci arrivò nel '77 dall'avvocato Piero Di Blasi: mille metri quadrati di terreno nel sito più bello di Panarea, vicino a Cala Junco. Oggi gestite 30 proprietà per migliaia di ettari. Perché la gente le dona? MAGNIFICO. Per i motivi più svariati, in genere per amore. Queste loro case sono luoghi che spesso contengono la storia di una famiglia o la realizzazione di un sogno. L'acquisto e la conservazione della settecentesca Villa del Balbianello, sul lago di Como, è stata per esempio l'ultima impresa di Guido Monzino, il grande esploratore e alpinista, l'uomo che portò il tricolore in cima all'Everest. Mentre il conte Giuseppe Panza di Biumo, il più celebre collezionista italiano d'arte contemporanea, ci ha donato Villa Menafaglia, a Varese, perché vuole che questo suo capolavoro - la villa, il giardino, le opere d'arte che contengono - resti intatto, anziché essere diviso alla sua morte tra i cinque, amatissimi, figli. QuaI è il rapporto che i donatori, se viventi, mantengono col loro bene? MAGNIFICO. Continuano ad abitare una parte della loro proprietà, non le più importanti. È un rapporto fondamentale, questo donatore-monumento-Fai, perché il donatore è il custode del lessico familiare, dello stile. Voi, dunque, interpretate la tutela come conservazione purissima? MAGNIFICO. Sì, vogliamo resturare anche le muffe, di un luogo. Sono contentissimo che alla gare d'Orsay facciano fare un museo a Gae Aulenti che, tra l'altro, ha offerto a noi il suo lavoro per il restauro di una parte di Villa Gregoriana Ma il nostro modo di raccontare le storie è un altro. Un restauro di cui siamo orgogliosi è quello del giardino della Kolymbetra, nella Valle dei Templi di Agrigento: l'abbiamo riportato all'aspetto di cui scrive Stendhal, perché qualcuno sappia ancora cos'era l'Italia "giardino d'Europa" degli scrittori del Grand Tour. CRESPI. Il nostro lavoro, però, non è solo restaurare questi tesori. Questa fase è puramente funzionale al restituire alla collettività i beni, perché essa li viva, li abiti. Nei nostri giardini ci si può sdraiare sui prati, i bambini giocano. Organizziamo eventi culturali di taglio ludico: feste all'insegna della tradizione e della cultura. È difficile far venire la gente a vedere gli affreschi dell'ottavo secolo, ma se organizzi la giornata della cucina dei monasteri, allora viene. E funziona, poi, il passaparola. L'importante è che siano appuntamenti che si ripetano, così se ne diffonde la fama. Perché sono eventi che hanno un ritorno economico per noi fondamentale. Veda, vivendo in un bel posto ci si educa al bello, e, così, del bello si diventa paladini. L'Italia è troppo smisuratamente ricca di beni culturali perché essi siano tutelati solo dallo Stato o dalle associazioni. Tutti gli italiani devono essere consapevoli di questo, e si rispetta ciò che si ama, si ama ciò che si conosce. Il Fai è nato per questo: per educare attraverso l'esperienza diretta. 11 consiglio di amministrazione del Fai è, sì, un gotha culturale, ma anche finanziario: ci siedono Falck come Confalonieri. Lavorate all'insegna del mecenatismo personale o fate azione di fund raising? MAGNIFICO. Nell'83 San Fruttuoso ha segnato l'esordio della prima, vera, grande sponsorizzazione. La principessa Doria Pamphili voleva che il sito passasse alla storia come monumento Doria Pamphili, non come proprietà comunale. Telefonò a Bazzoni, disse «Vorrei regalare al Fai le tombe della mia famiglia»: le «tombe» erano tutto San Fruttuoso, abbazia, borgo e bosco, sul monte di Portofino. Per noi fu un giro di boa. Bruciando i tempi, all'epoca ancora non c'erano le fondazioni, il Banco San Paolo ci diede tre miliardi per restaurarlo. Fu un gesto ante-litteram, poi cominciò un po' di competizione. Capita anche di dover acquistare i beni: nell'88 Luigi Valberga di Masino, ultimo erede della famiglia che possedeva il castello di Masino, sopra Ivrea, dall'anno Mille, ci spiegò che avrebbe voluto regalarcelo, ma non poteva permetterselo. Lo comprammo a un prezzo molto ragionevole, due miliardi e mezzo, solo gli arredi ne valevano cinque, poi con l'aiuto di Regione, Fiat, Banca Crt e moltissimi altri, tra cui numerosi privati, ne abbiamo investiti quindici nel recupero. CRESPI. L'attività del Fai sembra limitata, e lo è, a proteggere piccoli pezzi d'Italia. Non ci occupiamo dello scempio che farebbe la nuova autostrada in Maremma. Ma cerchiamo di proteggere coi denti il paesaggio che circonda i nostri beni, perché il valore di un bene è anche nel suo contesto. A Masino, nel Canavese, c'è il rischio concreto che venga costruito un parco di divertimenti virtuali di sessanta ettari, con shopping center, parcheggi, alberghi. Il Canavese è un tesoro perché è intatto, con la sua campagna, la Dora Baltea, la Serra d'Ivrea, i paesini coi tetti di coppi. Un grosso personaggio torinese che coordina la raccolta di fondi per costruire il parco, alla mia obiezione «perché proprio lì?» mi ha risposto «Ma signora, in fondo lì c'è solo campagna..». Solo. Il Canavese, rimasto intatto perché povero, potrebbe piuttosto giocare la carta della Vai d'Orcia, che, da poverissima e perciò intatta, è diventata ricca grazie al turismo culturale? CRESPI. Assolutamente. Vuol dire che un bene culturale può rendere? CRESPI. No, può rendere l'indotto. Fino agli anni Ottanta noi vivevamo nell'illusione che le nostre proprietà, una volta restaurate, andassero a regime. Invece non è vero: un bene culturale non può mantenersi da solo. Villa Balbianello è così delicata che noi limitiamo gli ingressi. Il British National Trust non accetta in dono proprietà che non siano accompagnate da una dote in moneta. Noi non siamo così rigidi, ma proprio per questo organizziamo intorno all'attività principale una quantità di altre iniziative: il concerto con Muti o Abbado coi biglietti a trecento euro, ma anche la giornata in villa a pochi euro. E cerchiamo soci: sostenitori ma anche a trentotto euro l'anno. Che ruolo svolgono i volontari? MAGNIFICO. Fondamentale. E in evoluzione. Perché i primi anni noi ci muovevamo con una certa arroganza milanese, arrivavamo sul luogo e facevamo tutto da soli. Così venivamo percepiti come il nuovo padrone. Ora, sempre più, cerchiamo di coinvolgere comunità montane, associazioni locali, perché è chi vive nel luogo che ama soprattutto il bene che sente «suo». Credo che ora stiate puntando anche sullo sfruttamento commerciale dei diritti sulla riproducibilità delle opere d'arte che il Fai possiede. E' vero? MAGNIFICO. Sì, la One Day s.p.a. sta facendo per noi un progetto di "intellectual property". È un terreno, questo, sul quale in Italia siamo arretratissimi, rispetto agli Stati Uniti. Ventotto delle vostre proprietà sono al CentroNord. Il 97 delle fondazioai ex-bancarie, principali fonti economiche per restauri e tutela, sono nella stessa area. C'è il rischio che il Sud resti la Cenerentola d'Italia? MAGNIFICO. Sì, il rischio c'è. In realtà però ci sono aeree del Meridione, come la Sicilia, dove, grazie allo statuto regionale speciale, si producono miracoli. Signora Crespi, dal 1975 a oggi cosa è cambiato? CRESPI. Oggi il vero bene a rischio è il paesaggio, i veri danni si consumano per questo cancro che consuma ogni giorni decine di ettari di campagna. La vera battaglia dei prossimi cinquant'anni è per la tutela del territorio.